2001: Odissea nello Spazio - Una recensione introspettiva del finale



Per amanti del Cinema come me, poco esperti sugli aspetti tecnici della Settima Arte, è difficile anche solo pensare di azzardarsi a scrivere la recensione di un film considerato una pietra miliare della Fantascienza e del Cinema in genere. Mi ci sono volute più visioni di questa pellicola in particolare (a distanza di anni l’una dall’altra) per elaborare, seppur di getto, una mia personalissima (e spero anche originale) spiegazione ad uno dei più grandi enigmi del Cinema… Proverò qui a metterla nero su bianco.


2001:Odissea nello Spazio, uno dei titoli più celebri di uno dei registi più amati ed odiati allo stesso tempo di sempre, porge, sin dalla sua uscita nelle sale risalente a più di 50 anni fa ormai, il fianco a numerose critiche, lodi e interpretazioni. Al di là degli aspetti visivi (sicuramente avveniristici per il Cinema dell’epoca, ma che oggi ci appaiono vagamente obsoleti), ciò che mi preme sottolineare è il messaggio che, nella mia modestissima opinione, questo film intende lanciare.

Un messaggio che è intriso di pessimismo ed allo stesso tempo di speranza.


La pellicola si divide sostanzialmente in tre parti, ognuna collegata all’altra da un minimo comune denominatore: il monolite nero. Esso appare sin dall’alba dei tempi e accompagna l’Uomo nel lunghissimo cammino della sua lenta evoluzione, fungendo quasi da sprone al cambiamento, da simbolo della inossidabile ambizione ed inestinguibile aspirazione dell’Essere Umano ad andare oltre i propri limiti, quei limiti che la Natura sembra avergli dato.


Così è per il gruppo di primati, che, dopo l’apparizione del misterioso manufatto, scoprono la possibilità di utilizzare le ossa degli animali morti come arma contro i gruppi rivali, in modo da aver predominio su di loro nella continua ed ardua lotta per la sopravvivenza.

Così è per gli Uomini che hanno ormai colonizzato la Luna e che credono di aver trovato in quell’oggetto la prova dell’esistenza di una qualche vita aliena…proprio lì vicino casa, ad un passo da Noi…una scoperta che potrebbe, senza dubbio alcuno, aprire la strada ad un nuovo progresso tecnologico e, in senso lato, evolutivo.

Così è per gli Uomini in missione verso Giove…


In questa parte del film (forse la più appassionante…anche in virtù della presenza maligna di uno dei più raffinati villains della Storia del Cinema, il calcolatore HAL9000), Kubrick sembra aprirci definitivamente gli occhi su quella che è la realtà, sul destino comune a tutti gli Uomini.


Nasciamo già caratterizzati da questo desiderio di spingerci oltre i nostri limiti, da questa ambizione a tratti dissennata verso l’evoluzione, ma la verità è che, alla fine del percorso, alla fine del lungo cammino chiamato Vita, il declino e la Morte attendono tutti noi, a prescindere dalle scoperte fatte e dai progressi conseguiti.


In questa oscurità tuttavia, si fa largo una speranza: le nuove generazioni (simboleggiate, a mio parere, dal bambino delle Stelle che possiamo vedere alla fine del film rivolgere il suo sguardo alla Terra), forti delle precedenti ed acquisite scoperte e consapevoli della loro importanza, potranno riprendere il ciclo naturale del Cosmo, in una sorta di circolo vichiano caratterizzato, tuttavia, dal continuo ed inesauribile progredire.


In questo senso, HAL9000, paradossalmente, nel suo terribile tentativo di uccidere tutti i partecipanti alla missione per Giove, sembra porsi come una sorta di protettore dell’Uomo…sembra voler impedire all’Uomo di acquisire la consapevolezza che, nonostante i suoi sforzi, la sua sofferenza, la sua intelligenza, Egli alla fine si ritroverà solo, vecchio e malandato sul letto di morte, ansimando in attesa di esalare l’ultimo respiro. Quello che HAL9000, nella sua fredda e meccanica lucidità, non arriva a comprendere è il concetto stesso di evoluzione, fermo com’è nella sua scellerata scelta di voler solo sopravvivere e ad ogni costo.


Ed è proprio questo che, alla fine, ci rende quello che siamo: consapevoli che un giorno tutto questo finirà, che le persone che amiamo e quelle che disprezziamo moriranno, che presto o tardi ci ritroveremo a dover fare i conti con le nostre esperienze e le nostre scelte, a confrontarci con Noi stessi, che alla fine ci ritroveremo soli e morenti, andiamo avanti comunque, spinti da una voglia matta di conquista, sapendo bene (o quantomeno sperando) che ciò che abbiamo fatto sarà patrimonio di chi, alla nostra morte, proseguirà nel cammino.


In conclusione, l’Odissea, cui fa riferimento il titolo della pellicola, non è altro che un viaggio perpetuo e inesauribile, non tanto nello Spazio infinito, quanto nei meandri e nei recessi più profondi dell’animo dell’Uomo.

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