AMERICAN PSYCHO (2000) – Yuppismo, Follia ed Alienazione



American Psycho è un film del 2000 diretto da Mary Harron, ispirato all'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis ed interpretato da un cast stellare composto, tra gli altri, da Christian Bale, Reese Whiterspoon, Willem Dafoe, Jared Leto, Josh Lucas, Justin Theroux, Chloe Sevigny, Matt Ross e Cara Seymour.


Il film racconta la vita quotidiana di Patrick Bateman, giovane e rampante consulente finanziario, figlio del presidente della società nella quale lavora la “Pierce&Pierce” nonché spietato assassino assetato di sangue. Tutta la sua esistenza ruota intorno al tentativo di salvare le apparenze davanti alla fidanzata Evelyn, all’amante Courtney, ai ricchi, superficiali ed odiati colleghi di lavoro, al resto della società. Il tutto in un turbinio di costante tensione e crescente follia che culminerà in un finale particolarmente oscuro e controverso.





Presentato nel 2000 al Sundance Film Festival, American Psycho è il tentativo della regista Mary Harron di trasporre sul grande schermo uno dei romanzi più graffianti e significativi degli ultimi anni; il risultato è discreto, ma non eccellente. Il libro di Bret Easton Ellis è di gran lunga superiore al film, a mio modesto parere.


C’è da dire però che, al netto dei numerosi stralci del romanzo tralasciati e di alcune piccole modifiche al testo originario in sede di trasposizione cinematografica, la pellicola si contraddistingue per una buona caratterizzazione del protagonista e dell’ambiente in cui vive ed agisce (la colonna sonora aiuta molto in questo, n.d.a.) e per una complessa profondità dovuta all’ampio spettro di sensazioni, pulsioni e sentimenti analizzati.


Per analizzare questa pellicola è necessario innanzitutto contestualizzare gli eventi cui si assiste nel corso del film, alla luce del vortice di pazzia in cui lentamente sprofonda il protagonista; in secondo luogo tentare di fornire una interpretazione dell’enigmatico finale della pellicola.

Perciò procediamo per gradi.


“Abito all'American Gardens Building, sull'81a West, 11o piano. Mi chiamo Patrick Bateman, ho 27 anni. Credo fortemente nella cura della persona, in una dieta bilanciata, nel rigoroso e quotidiano esercizio fisico.

La mattina noto in genere un certo gonfiore intorno agli occhi, mi applico un impacco di ghiaccio e passo agli esercizi di stretching; applico quindi una maschera facciale alle erbe che lascio agire per 10 minuti mentre proseguo nella mia routine…

In realtà non sono io, ma una pura entità, qualcosa di illusorio. Tu puoi anche stringermi la mano e sentire la mia pelle a contatto con la tua, e persino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono perfettamente comparabili...

ma la verità è che io non sono lì.”


Il film è ambientato nella New York degli anni ‘80, di cui sono esaltati il lusso e la vacuità, oltre che il lato più oscuro, il tutto nell’ottica di una caustica critica sociale. Protagonista è il giovane yuppie Patrick Bateman, che lavora in un ufficio di Wall Street e abita in un elegante appartamento dei quartieri alti della Grande Mela. Lo seguiamo nella sua routine quotidiana, fatta di cura meticolosa ed ossessiva per il corpo, drinks, uso di droghe, cene nei ristoranti più esclusivi della città, capatine in discoteca e incontri amorosi con diverse partners.


Fin qui, sembrerebbe solo il ritratto del vuoto totale, fatto di pura apparenza, imperante in questo mondo agiato, frutto del reaganismo più sfrenato, in cui l’Ego predomina e lo scambio di semplici biglietti da visita può scatenare una vera e propria crisi esistenziale (memorabile è, appunto, la scena in cui Bateman e i suoi colleghi confrontano i propri biglietti da visita, n.d.a.).


Ma in un progressivo crescendo di follia, il film ci conduce gradatamente attraverso i segreti più perversi ed indicibili del protagonista, che non solo manifesta chiari sintomi di sociopatia ed egocentrismo estremo, oltre a una buona dose di compulsioni, ma anche una un’irrefrenabile pulsione, prima sadica poi omicida. Egli si accanisce su diverse vittime: un senzatetto, il collega Paul Allen, due prostitute, Christie e Sabrina, e diverse altre vittime.


La sua discesa nelle forme più estreme di depravazione è accompagnata da lunghi monologhi totalmente decontestualizzati che alternano giudizi sulle hit musicali dell’epoca (Huey Lewis & The News e Whitney Houston, ad esempio) a discorsi esistenzialisti (sull’Apartheid, sulla lotta al terrorismo e alla fame nel mondo, sulla necessità di riscoprire un forte impegno sociale per aiutare le future generazioni ed i meno abbienti, vittime dell’imperante materialismo), infine a brevi riflessioni sull’omicida seriale Ed Gein e sulle sue terribili gesta.





La pazzia di Patrick Bateman piano piano si acuisce, fino a rendergli impossibile distinguere cosa sia reale e cosa non lo sia.


Si arriva così all’enigmatico epilogo di American Psycho, in cui tutto ciò che accade, tutti gli omicidi e le torture, l’intero universo intorno a cui ruota la vita superficiale del protagonista e di quelli che lo circondano viene messo in discussione. Per meglio comprendere l’ambigua scena finale del film, è necessario soffermarsi sui dettagli della sequenza che lo precede.


Patrick Bateman si avvicina a un bancomat per prelevare del contante. Sembrerebbe una scena banale, ma nulla procede come ci si aspetterebbe; anzi, lo sportello “ordina” al protagonista di “nutrirlo” con il gattino randagio in cui si è imbattuto poco prima. Perfino un pluriomicida come lui ha però qualche remora a uccidere la bestiola indifesa ed esita qualche secondo di troppo, mentre punta una pistola contro il povero gattino.


Per sua sfortuna, un’anziana signora nota ciò che sta accadendo e si mette a urlare a squarciagola, interrompendolo, turbandolo, e diventando un’altra delle vittime della sua notte di delirante follia. Ovviamente, l’omicidio non passa inosservato e Patrick si ritrova immediatamente con la polizia alle calcagna, coinvolto in una sparatoria davanti a un posto di blocco. La sua fuga, però, non si ferma.



La psicosi sale e con essa una irrefrenabile, irresistibile sete di violenza.


Tra un omicidio a sangue freddo e l’altro, il giovane raggiunge il suo appartamento. Esasperato e madido di sudore, Pat Bateman si nasconde sotto la sua scrivania, mentre sente il rumore delle eliche di un elicottero – forse della polizia - avvicinarsi fuori dalla finestra. In preda al totale delirio, chiama il suo avvocato, Harold Carnes, per confessare i suoi misfatti e, singhiozzando, rivela ogni cosa alla segreteria telefonica. Conclude quindi la telefonata dando appuntamento al suo legale il giorno dopo in un bar.


Il mattino successivo, come risvegliatosi da un disarmante incubo, Patrick si accorge che ogni traccia dei suoi delitti è scomparsa. I cadaveri smembrati lasciati nell’appartamento di Paul Allen sono spariti e con essi le scritte macabre sulle pareti e sui mobili. Quando il protagonista fa irruzione al suo interno, un agente immobiliare dichiara scocciato che lì non ha mai abitato nessun Paul Allen. Intanto, la sua segretaria – segretamente infatuata di lui - trova un’agenda le cui pagine sono piene di disegni inquietanti con vittime sottoposte a torture, sgozzate o accoltellate; insomma, il libero sfogo della mente psicotica del proprio capo messo su carta.


Non abbiamo ancora la certezza, tuttavia, se queste siano solo tetre fantasticazioni o meno.

L’apoteosi è raggiunta nella sequenza che chiude American Psycho, in cui vediamo Patrick Bateman e il suo avvocato incontrarsi in un locale affollato. Come già accaduto più volte, anche Harold confonde inizialmente Patrick per qualcun altro. Inoltre, è del tutto convinto che il messaggio sulla sua segreteria sia solo uno scherzo. Infatti, come sottolinea ripetutamente, Bateman è “tanto stupido da non poter essere un serial killer”.


Il protagonista cerca allora più volte di convincere il suo interlocutore della sua vera identità, nonché del fatto che la sua confessione non sia affatto uno scherzo di cattivo gusto. Ogni suo sforzo però è inutile; l’avvocato si limita semplicemente a negare nettamente il decesso di Paul Allen, asserendo che lui stesso l’avrebbe incontrato pochi giorni prima a Londra ed allontanandosi, poi, dal suo interlocutore.


Con tale rivelazione viene quindi messo in dubbio anche ogni altro omicidio avvenuto nel corso del film, che, esattamente come il primo, potrebbe essere solo il risultato di un’allucinazione.


“Non ci sono più barriere da attraversare. Tutto ciò che ho in comune con l'incontrollabile e la follia, la depravazione e il male, tutte le mutilazioni che ho causato e la mia totale indifferenza verso di esse; tutto questo ora l'ho superato. La mia pena è costante e affilata, e io non spero per nessuno un mondo migliore, anzi voglio che la mia pena sia inflitta agli altri, voglio che nessuno possa sfuggire.

Ma anche dopo aver ammesso questo non c'è catarsi: la mia punizione continua a eludermi, e io non giungo a una più profonda conoscenza di me stesso. Nessuna nuova conoscenza si può estrarre dalle mie parole. Questa confessione non ha nessun significato.”


Non c’è dubbio che Patrick Bateman sia gravemente disturbato, ma il vero interrogativo con cui American Psycho ci lascia è se sia realmente un serial killer o solo un sadico deluso dalla propria esistenza priva di senso e dotato di una vividissima immaginazione. Probabilmente e a pensarci molto bene, Pat Bateman ha davvero commesso molti degli omicidi messi in scena, con una sola eccezione: Paul Allen (proprio lui!).


Tale conclusione è supportata innanzitutto dal fatto che l’avvocato dichiara di aver incontrato la vittima nella capitale britannica e di aver pranzato con lui in una data successiva al presunto delitto. C’è da dire che, come per Patrick Bateman, Harold potrebbe aver scambiato una persona per un’altra, errore piuttosto comune tra gli appartenenti al mondo del protagonista.


A ciò si aggiunge il detective Kimball, che sta indagando sulla scomparsa di Allen su richiesta della fidanzata, spaventata per la sua insolita latitanza. Allen non viene mai apertamente dichiarato morto, né viene ritrovato il suo cadavere e l’alibi di Bateman, fornito al detective da un altro suo collega (anche lui un sospettato), che lo annovera tra gli amici con cui ha cenato la sera della misteriosa scomparsa, regge.


Unendo tutti questi elementi, si è portati a pensare che l’evento non sia realmente successo, ma sia solamente una fantasia del giovane yuppie, che per il collega prova un odio profondo al punto di immaginarsi di ucciderlo a colpi di accetta. Tuttavia ciò non si consuma mai nel concreto o, almeno, non ne possiamo avere piena certezza.


Tutti i crimini di Patrick Bateman hanno confini incerti, surreali, propri del vissuto di chi li avrebbe (?!?) commessi.


La parte finale del film ci mostra chiaramente che il punto di vista attraverso cui ci sono stati presentati fino a quel momento gli eventi non è particolarmente attendibile. Quando sullo schermo del bancomat appare la scritta: “Feed me a stray cat” (“Dammi da mangiare un gatto randagio”), è ormai abbastanza chiaro che si tratti di un’allucinazione, circostanza che mette in discussione tutto ciò che è – o meglio, sarebbe accaduto - nel corso del film. Allo stesso modo, la rocambolesca fuga dai poliziotti è probabilmente frutto della sua mente malata. L’apice della psicosi è raggiunto quando il protagonista ammette i suoi orribili crimini, ma nessuno gli crede.


Che sia vero o meno, in ultima analisi, non ha poi tutta questa importanza, almeno non per chi conduce un’esistenza effimera e consumista, in cui ognuno è sostituibile e il più estremo utilitarismo porta alla totale perdita di senso, perfino dell’identità individuale. Infatti, il protagonista di American Psycho, nel suo disperato tentativo di adattarsi alla società che lo accoglie, finisce inevitabilmente per perdere la sua identità; diventa invisibile con indosso i suoi abiti di Valentino e gli occhiali di Oliver, che gli servono a mimetizzarsi meglio.


Da vero sociopatico omicida, riesce a confondersi alla perfezione nella massa, così da poter liberamente scatenare la sua furia nel centro di Manhattan senza destare alcun sospetto, proprio in virtù del suo status sociale e di un discreto talento a dissimulare la sua vera natura.


Se l’Altro-da-Sé (da intendersi come gli altri appartenenti al medesimo contesto sociale, ma anche come il resto dell’intera umanità, in senso più lato) si caratterizza, quindi, come un mistero del tutto insondabile, l’unica, seppur difficile, aspirazione possibile è conoscere Se stessi. Tuttavia, anche questo tentativo si rivela vano.


Ciò che resta è la perdita della propria umanità, della propria anima, un profondo e lancinante dolore dell’Essere che porta alla distruzione di ogni tipo di legame sociale, alla cancellazione di qualsiasi sentimento, all’autodistruzione e all’annullamento totale del proprio Io.

____________________


Acquistando uno dei prodotti allegati all'articolo contribuirai a sostenere il Canale Youtube ed il Blog CultMovie ITALIA.

Grazie per il tuo Sostegno!

166 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti