BATMAN – La Maschera del Fantasma di Bruce Timm (1993)

Aggiornamento: 21 ott 2021




Quando una delle migliori e più complete trasposizioni di un iconico personaggio a fumetti viene dagli anni ’90 e non è un live-action


TRAMONE: Tra le strade di Gotham si aggira un misterioso vigilante dalla parvenza sovrannaturale che non sembra farsi troppi problemi ad uccidere i criminali che incrocia sul proprio cammino: preferibilmente mafiosi o comunque membri della malavita organizzata che si è radicata col passare degli anni nella città.


La sua strada però s’incrocia con quella del Cavaliere Oscuro, il quale, tentando di fermare la scia di morte che questi semina e non sapendo da che parte stia o cosa l’abbia spinto ad agire in tal modo, accidentalmente finisce per venir scambiato dai testimoni per il colpevole di queste ronde punitive e la polizia che fino ad allora gli era alleata, gli darà la caccia per arrestarlo.


Le apparizioni e le colluttazioni con questo nuovo vigilante e la ricomparsa di una vecchia fiamma di Bruce Wayne, tesseranno una serie di fili conduttori con il sottobosco criminale della città, con un certo scelerato clown malvivente per poi aggrapparsi ad un frammento del passato dello stesso Bruce quando poco prima che decidesse di consacrare la propria esistenza alla giustizia gli fu data, e poi sottratta, la possibilità di essere nuovamente felice e di rifarsi una vita dopo la tragica sorte toccata ai suoi genitori.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: era il 1°triennio degli anni ’90, il Batman Burton-iano era ormai un’istituzione in ambito cinematografico e la serie animata andava un casino già solo con poche annate.


I dirigenti della Warner, decisero così di approfittare della situazione propizia e di battere il ferro fin tanto ch’era ancora caldo: diedero a Bruce Timm e al suo team creativo la somma di 6 milioni di dollari per realizzare un lungometraggio animato in wide-screen (ossia il tipico formato cinematografico) tratto dalla suddetta serie animata.


Il risultato fu questo “Mask of the Phantasm” che a rivederlo oggi, non solo permane fra i migliori prodotti d’animazione dell’anno in cui uscì ma anche uno dei film più belli che siano mai stati dedicati al personaggio, secondo solo al “Batman Returns” di Tim Burton, senza peccare di sovrastima e senza nulla voler togliere alla ben più blasonata trilogia Nolan-iana e ai tentativi epicheggianti di Snyder.


Ma cosa rese “Mask of the Phantasm” tanto meritevole di una simile considerazione, da parte di molti appassionati, estimatori del personaggio e di alcuni critici, fino ad oggi?


La primissima cosa che salta all’occhio risiede sull’elegante e ricercato versante tecnico-estetico. L’impiego della cgi sull’animazione tradizionale estremamente espressiva oltre a dare ancor più fluidità ai personaggi e agli avvenimenti che si susseguono, danno ancor più la sensazione di trovarsi in una dimensione parallela fuori dal tempo. Le panoramiche della cità di Gotham strizzano l’occhio all’espressionismo tedesco, mentre le atmosfere richiamano il Noir, il Polar e in più momenti persino “Quarto Potere” di Orson Wells.


Le sequenze d’azione e gli inseguimenti sono al cardiopalma, in particolare: la fuga disperata del Batman (ammaccato e praticamente a viso scoperto) braccato dalla polizia che gli sta dando una caccia spietata manco fosse il peggiore dei ladri; o anche il lungo scontro finale del Nostro con la propria nemesi clowensca in un’avveniristica fiera in disuso, dove la desolata urbanistica in miniatura non è altro che una sorta di teatro in scala delle lotte senza quartiere (e fuori legge) di due colossi destinati a scontrarsi nell’eterna danza mortale tra bene e male. Davvero nulla da invidiare a Nolan (le cui sequenze d’azione e combattimento spesso non sono proprio il massimo) e la patinatura strabordante di Snyder.


Mentre le musiche di Shirley Walker [già autrice delle soundtrack dell’Uomo Invisibile di John Carpenter, dei primi 3 capitoli di “Final Destination” e collaboratrice di Danny Elfman nel “Cabal” di Clive Barker], senza riutilizzare quanto già impiegato nella serie animata, risaltano la portata immersiva ed evocativa dell’opera, amplificandone la forza e la solennità.


Ma la vera forza, ed è anche ciò che rende ancor più speciale e completo il film risiede nei concetti, nella scrittura, nei simbolismi e nelle impostazioni dei personaggi. Il Batman/Bruce Wayne che vediamo per quanto implacabile è sofferente, la sua missione è divenuta quasi un’ossessione auto-distruttiva e nel profondo agogna la felicità. Una felicità che più volte gli è stata sottratta (vuoi dagli eventi, vuoi anche da sé stesso) e che difficilmente (ri)troverà.


Oltre a dover fare fronte ai soliti criminali, a una nuova misteriosa figura e riabilitare la propria immagine pubblica, deve vedersela anche con delle cose contro le quali è più vulnerabile: i ricordi, il passato che ritorna e le promesse fatte.


E’ un Batman/Bruce Wayne umanissimo, per tanto fallace, che dubita delle scelte che ha preso. Tanto da implorare perdono, nel bel mezzo della pioggia, davanti alle lapidi dei suoi genitori per aver perso di vista ciò che si era ripromesso perché dopo anni aveva provato nuovamente la felicità che gli era stata strappata e che credeva non avrebbe più ritrovato, riflettendo piuttosto di lasciar perdere la vendetta, investire sulle forze dell’ordine per renderle più efficienti e godersi il resto della vita.


Ma il destino è sempre dietro l’angolo: con l’allontanamento da parte dell’amata (a causa dei debiti del padre con la malavita organizzata) e il crimine che continua a dilagare, crolla l’ultimo barlume di speranza. Il protagonista sceglie di diventare un emblema della paura stessa (facendo rabbrividire lo stesso Alfred), di consacrare la sua vita ad una crociata che potrebbe non aver mai fine e dalla quale non è detto sopravvivrà.


Bruce Wayne cessa definitivamente di esistere (quando una parte di sé era già morta anni prima in uno squallido vicolo accanto alle membra ingiustamente strappate alla vita di suo padre e sua madre).


Il personaggio di Andrea, pur essendo stata pensata appositamente ed esclusivamente per questo specifico progetto, è una perfetta summa di tutte le figure femminili con cui il giustiziere ha avuto a che fare. La loro relazione non è assolutamente forzata, anzi è rinfrancante e sentita. Rappresenta l’ultima ancora di salvezza e normalità chi gli potrebbe essere stata concessa. Il loro rapporto ed il suo sviluppo (tra passato e presente) è ben gestito.


A renderlo speciale sono proprio gli impedimenti e le difficoltà nel poterlo concretizzare. La vendetta e lo sdegno che nutre verso il sottobosco malavitoso di Gotham è talmente forte che quando si abbatte pare una punizione divina – quante volte ci è venuto da pensare che il Batman possa essere stato un po' troppe volte indulgente verso il crimine? –, peccato che se mal incanalato difficilmente può considerarsi giustizia, oltre a non restituirle quanto ha perso né le darà la soddisfazione che spera di (ri)trovare.


Chiudendo in bellezza col Joker, qui in tutto il suo contorto splendore: sadico, carismatico, sprezzante, instabile e imprevedibile. Una bomba beffarda sempre pronta ad esplodere per qualsiasi motivazione illogica (ciò lo rende ancor più inquietante), talmente dissociato dalla realtà d’arrivare persino a ridere sguaiatamente di fronte all’inesorabilità della morte.


Non a caso il suo covo è situato in una fiera diroccata e in disuso a tema retro-futurista. Un luogo un tempo avveniristico, portatore di speranza e possibilità ormai sporco e decadente. Un po' a sottolineare un futuro caotico ed aberrato e il passaggio dalla speranza alla spirale infernale che inghiottirà e annienterà i sogni di felicità di Bruce & Andrea.


In conclusione, aspettando il nuovo film del finora validissimo Matt Reeves con protagonista Robert Pattinson previsto per il 2022, ci troviamo di fronte alla pellicola che meglio rappresenta quanto di bello abbiano da offrire Batman e la sua lore, senza dover invidiare nulla, ma proprio nulla, alle trasposizioni in live-action (semmai sono loro che dovrebbero prenderne spunto).


Oltre a mostrarcelo nella sua veste più completa e definita, non si fa mancare nulla: c’è l’azione e l’inquietudine, c’è lo stupore, vi è bellezza e ricercatezza estetica, vi sono richiami ai film di Burton e a quel gusto Glam che esploderà con i 2 titoli diretti da Joel Schumahcer. Tutto ciò senza scordarsi o far venire meno gli aspetti psicologici, le riflessioni, il pathos e l’evoluzione dei personaggi.

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