BLACK PHONE - (2021) di Scott Derrickson

La Provincia Americana di fine anni '70 tra ragazzi incompresi, spietati serial-killer, luccicanze e manifestazioni spettrali


LA TRAMA In Fin dei Conti E’ SEMPLICE: siamo in Colorado nel 1978, il 13enne Finney Shaw (vessato sia dai bulli della sua scuola che da un padre spesso poco lucido e manesco) viene rapito da un sadico ed instabile killer di minori che da diverso tempo sta mietendo vittime nella zona. Rinchiuso in un seminterrato insonorizzato scopre di poter udire le voci degli altri bambini precedentemente uccisi da costui, tramite un vecchio telefono da muro con i fili staccati. Finney così dovrà far tesoro delle loro avvertenze per riuscire a sopravvivere e scappare prima che la furia omicida del suo aguzzino si abbatta. Nel mentre, la sorellina del protagonista (tormentata da strani sogni premonitori) si mette sulle sue tracce per ritrovarlo e liberarlo.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: dopo aver diretto con successo il 1°Dr. Strange della Marvel ma essere stato silurato dalla lavorazione del sequel per divergenze creative inconciliabili e aver prodotto la serie su “Snowpiercer” <in realtà aveva diretto anche il pilot ma a causa dell’abbandono dello showrunner iniziale e alcune divergenze con gli altri produttori, per coerenza ha scelto di non rigirarlo>, al buon Scott Derrickson non restava che tornare a farsi sentire con il genere che gli aveva dato più notorietà e con il quale si era affermato: l’horror.


E l’occasione gli capita proprio mettendo mano (assieme al suo co-sceneggiatore di fiducia) con la trasposizione del romanzo del promettente Joe Hill, il figliolo di Stephen King. Tornando così anche a collaborare con Ethan Hawke a 10 anni di distanza da “Sinister”.


Si potrebbe partire da subito dicendo che “Black Phone” è un titolo che trasuda la poetica King-iana ad ogni frame: possiamo avvertirvi la storia di crescita di “Stand by Me”, l’orrore latente nelle piccole cittadine di “IT” e la luccicanza di “Shining”. Immettendo tali elementi ed inscenando il grosso della storia nello scantinato dove il mefistofelico serial-killer dapprima si diverte a beffare le sue vittime per poi ucciderle.


Sul fattore umano ci si può considerare soddisfatti: i baby-protagonisti hanno le facce giuste e sono interessanti da seguire. Da una parte un ragazzino vessato dal microcosmo che lo circonda che si vede costretto a fortificarsi e riscattarsi in una situazione estremamente pericoloso ed imprevedibile. Dall’altra parte la di lui sorella che dalla madre suicida ha ereditato delle abilità paranormali che però la tormentano e di cui deve cercare di venire a capo.


Entrambi sono anime pure che si aggirano in un mondo di orchi intolleranti e ottusi che non li comprendono e non si curano di loro. A loro il regista si rivolge affinché facciano risplendere la luce, possano essere adulti migliori e rimediare agli sbagli dei più grandi.


Anche se la parte del leone spetta soprattutto al summenzionato Ethan Hawke, qui ad una delle sue performance più convincenti e disturbanti.


Per quasi il 90% della storia, l’attore ha sempre il volto coperto, riuscendo a comunicare tutta la sua pazzia e cattiveria con gli occhi, la gestualità e la mimica corporea. I pezzi di maschera che indossa (realizzati dall’effettista/truccatore Tom Savini) di volta in volta cambiano in base anche al suo umore. Il male che incarna ed incanala alla fine è il medesimo che alberga in certi abitanti adulti del quartiere. Inquietante e magnetico anche quando sfiora l’over-acting.


Ma la vera forza del film sta soprattutto nei crescendo di tensione e suspense palpabili che il regista riesce a creare e di cui lo stesso Ethan Hawke si fa portatore. Anche nei momenti in cui alla fine l’orrore e la violenza non si abbattono o implodono si resta sempre con questa perenne sensazione di vigilanza in attesa che possa accadere da un momento all’altro.


Com’è intrigante seguire i preparativi e tentativi del protagonista per fuggire dalla propria prigionia e sopraffare il suo aguzzino. In questi frangenti Derrickson dimostra una mano solida e consapevole, dosando benissimo la cattiveria, la componente soprannaturale e il racconto di formazione, impiegando con dovizia i jump-scare senza risultare scontato.


Di pari passo si comportano le musiche spettrali di Mark Korven [Cube, The VVitch, The Lighthouse], assieme alla fotografia che gioca con i chiaroscuri e la sporcizia.


Le uniche pecche purtroppo si avvertono nella mancanza di maggior approfondimento nei personaggi e in certi elementi narrativi, oltre al fatto che la maturazione del giovane protagonista non lo lasci particolarmente traumatizzato dopo quanto gli sarà passato.


In conclusione malgrado alcuni passaggi sbrigativi e poco approfonditi, “Black Phone” è una pellicola che avvince e fra le più intriganti fra le produzioni di genere più recenti, nonché un gradito ritorno per il suo regista e una piacevole riconferma della sua conoscenza in materia.

VOTO: 7


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