BLACK RAIN (1989) - Quando Sir Ridley rinacque tra Oriente ed Occidente



La TRAMA E’ Semplice (cit.): Nick Conklin è un veterano della polizia newyorkese dai metodi e lo stile di vita sregolati. Durante una pausa pranzo con il giovane collega Charlie Vincent, assiste ad un’incontro tra gangster giapponesi ed italiani.


Nella tratta ci scappa il morto tra una delle due fazioni e il responsabile, il nipponico Sato, cerca di svignarsela ma viene inseguito da Nick & Charlie che riescono ad arrestarlo. Il dipartimento di polizia però vuole instradarlo nel suo paese e pertanto i due agenti vengono incaricati di scortarlo fino ad Osaka.


Giunti sul luogo vengono però raggirati da alcuni membri della yakuza fintisi poliziotti che liberano Sato. I nostri, incolpati dalla prefettura locale di averlo lasciato scappare, dovranno collaborare con il commissario Matsumoto per ritrovare il malvivente, assicurarlo alla giustizia e smantellare la fitta rete dell’organizzazione di cui fa parte. ANALISI & CONSIDERAZIONI: ci stavamo avviando verso la fine degli anni 80. Dopo l’esordio maestoso dei “Duellanti”, dopo la scossa che diede alla Fantascienza con “Alien” e “Blade Runner”, seppur il box-office non avesse premiato questa sua ultima creatura, il valoroso Ridley tentò di rifarsi in ambito fantasy con “Legend”.


Benché con gli anni la pellicola abbia ottenuto un forte seguito e avesse contribuito a lanciare Tom Cruise, in pochi apprezzarono il cuore di tenebra di questa favola epica, la produzione s’intromise in corso d’opera e il botteghino si dimostrò nuovamente ingeneroso.


In molti cominciavano a considerare il Nostro come un fuoco di paglia malgrado gli ottimi esordi ed erano pronti ad attenderlo al varco mentre il fratellino Tony (r.i.p.) si stava facendo strada a suon di blockbuster. Nonostante tutto il nostro Scott preferito non si perse d’animo!


Rinvigorito da un forte desiderio di rivalsa riuscì a convincere una star richiestissima e maledetta quale Michael Douglas (il soggetto di base è in parte merito suo), il giovane Andy Garcia post-Intoccabili e la nuova fiamma di Spielberg a seguirlo in un catartico viaggio di rinascita artistica/professionale in Giappone. E così fu “Black Rain”. Un thriller poliziesco/d’azione che si fece punto d’incontro tra Oriente ed Occidente.

La storia di base che potrebbe benissimo essere un western come un chanbara alla Kurosawa, ha dalla sua un’ambientazione per lo più notturna colorata da luci al neon e fumi industriali, dove Scott riversa tutto il suo talento immaginifico e la sua arte nella messa in scena e nella narrazione, trasponendo uno squarcio di realtà talmente efficace ed avvincente da non aver bisogno di sembrare futuristico o immaginario.


La realtà è quella di tutti i giorni ma in una terra straniera con le sue regole, la sua scomoda burocrazia e i suoi usi a noi sconosciuti. I concetti di bene e male sono labili e nulla è mai come sembra. Le situazioni potrebbero degenerare in qualsiasi momento, il pericolo può imperversare dietro ogni angolo e noi siamo disarmati. Eppure c’è così tanto fascino e ricerca di equilibrio, tanti ideali, valori e culture per altrettante ferite procurate sia dagli stranieri che da loro stessi nel corso della storia.

Un plauso lo meritano il montaggio e una fotografia da urlo ma soprattutto un comparto musicale indescrivibile per potenza, immersione e suggestione di un’allora già impagabile e ispirato Hans Zimmer che da questa pellicola in poi comincerà un lungo e proficuo sodalizio con il regista, diventando uno dei sommi compositori più richiesti e benvoluti in circolazione. Per non parlare dell’inclusione dell’epica “I will be holding on” di Gregg Allman.

L’umanità travagliata degli stessi personaggi costituisce un’ulteriore occasione d’incontro-scontro fra due culture distanti che però vengono unite da un comune obiettivo, mitigati ad alcuni momenti di gaudio e goliardia.


Il protagonista interpretato con grinta e virilità da Michael Douglas da una parte sarebbe il migliore in ciò che fa, ma non è proprio uno stinco di santo. I suoi modi sprezzanti e il suo stile di vita tendono spesso a metterlo in cattiva luce al proprio dipartimento, non ama molto gli stranieri, la sua vita matrimoniale è allo sbando, pur di tirare a campare accetta molte cose moralmente discutibili e incarichi rischiosi. La sua unica ancora alla normalità e al senso del dovere è data dal giovane collega.


Ma sarà grazie alla collaborazione forzata con Matsumoto, baluardo di rettitudine incrollabile e sani principi, determinato esattamente come il Nostro a portare a termine la propria missione, ch’egli ritroverà la strada che aveva smarrito e un forte arricchimento personale.


Quanto all’antagonista Sato, incarnato perfettamente con ferocia e strafottenza da un Yusaku Matsuda alla sua ultima performance (morirà poco tempo dopo la 1^proiezione del film a causa d’un cancro alla vescica), è un figlio della propria terra cresciuto dall’odio causato dal bombardamento di Hiroshima, alimentato dalla sete di potere (in quanto vuole scalare i vertici delle maggiori organizzazioni malavitose) e dall’avidità capitalistica occidentale. Non ha nulla da perdere, né freni inibitori e non guarda in faccia a nessuno.

Al di fuori della confezione action, oltre all’inestimabile saggio di tecnica, estetica e autorialità gentilmente offerto, oltre al perenne odio e amore che Ridley Scott prova verso la razza umana e il lor fato, “Black Rain” è un Blade Runner del presente e non solo: anche un grandissimo racconto di umanità e realtà diverse che convergono. Un di quei titoli che marchiò a fuoco l’ultimo ventennio del secolo scorso.


Film quadratissimo, splendidamente girato/recitato/musicato e pieno di scene cult. La comprovata grandezza d’un cineasta che di cose ne avrebbe ancora avute da dire e col quale si finisce irrimediabilmente per aver a che fare tant’è costante la sua presenza.

Per quanto riguarda l’edizione italiana, un plauso finale và a Pino Colizzi nel duplice ruolo di direttore artistico e sul protagonista Michael Douglas, bravissimo Mauro Gravina sul allora giovane Andy Garcia, passando per uno spietato Massimo Lodolo sull’odioso Sato, un perfetto Romano Ghini (voce storica di William Shatner) sul commissario Matsumoto, brava anche Sonia Scotti su Joyce (figura straniera e seducente che deve averne viste e passate tante ma continua vivere sul filo del rasoio senza schierarsi mai) come bravo il buonanima Glauco Onorato (voce frequente di Bud Spencer, Danny Glover e Schwarzenegger) sul tragico Sugai.

VOTO: 8.5

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