CAT PEOPLE - (1982) di Paul Schrader

Eros, Inquietudine, Sangue e Tentazioni


TRAMONE: New Orleans dei primi anni ’80, la giovane Irena incontra per la 1^volta il fratello maggiore Paul (che nella vita fa il pastore protestante) dal quale fino ad allora era stata separata e ci viene a vivere, anche se quest’ultimo di volta in volta si assenta o scompare.


Trova lavoro in uno zoo della città e s’innamora del collega Oliver, a sua volta conteso dalla zoologa Alice. Peccato però il fratello Paul un giorno le riveli che i loro genitori fossero in realtà fratello e sorella e che si trasformassero in pantere ogni volta che consumavano un rapporto carnale. L’unico modo per spezzare la trasformazione è che i due si uniscano in un rapporto incestuoso ma Irena non ci sta e fugge.


Braccata dal possessivo fratello (che nel mentre semina il panico e miete vittime ogni volta che si trasforma) ed impossibilitata ad instaurare una relazione con Oliver per paura di potergli nuocere, dovrà capire come controllare la sua parte animale e le pulsioni omicide che ne derivano.


COSE Che COSANO: erano gli albori degli sfavillanti 80’s quand’ecco che al promettente produttore Jerry Bruckheimer non decise di rivisitare a distanza di 40 anni un seducente classicone del cinema orrorifico considerato fra i più importanti nella Storia della 7^Arte: “Il Bacio della Pantera” di Jacques Tourneur. Per farlo scelse uno degli sceneggiatori, convertitisi in metteurs-en-scène, più in gamba del periodo che sia in solitaria che collaborando con altri grandi autori quali Martin Scorsese e Brian De Palma, mostrava squarci della società e della psiche delle persone che in pochi avevano il coraggio di rappresentare.


Costui era Paul Schrader, allora fresco del successo di “American Gigolò”, “Taxi Driver”, “Toro Scatenato” e dallo scalpore di “Blue Collar”.


Contrariamente alla pellicola di Tourneur che per sottrazione ragionava per non detti/non mostrati e lasciava alcune sequenze all’immaginazione ed interpretazione degli spettatori, Schrader non và per il sottile e non si fa remore a sbattere in faccia la carica dirompente delle pulsioni carnali e degli istinti primordiali (di come questi facciano inevitabilmente parte della natura umana). Dove l’amore e il sesso si contorcono su di un filo sottilissimo tra l’eros più puro, il mortale decadimento e la catarsi.


Non si lasciò sfuggire simbolismi di matrice biblica, mostrando la protagonista come una vergine maledetta dal peccato originale, dalla fatalità del caso e dai sensi di colpa che ne conseguono, alla disperata ricerca di salvezza e di amore. E non si fece mancare richiami alla società che stava vivendo: tra la paura della contrazione e diffusione dell’Aids; il governo di Regan che cominciava a mostrare il fianco e un razzismo di fondo mai davvero cancellato verso tutto ciò che veniva reputato strano, diverso o difficile da integrare e decifrare.


Sul versante tecnico/estetico, la pellicola può contare su dei magistrali giochi di fotografia, colori, tagli espressionisti e ombreggiature dense, dove i toni più accesi risaltano la torbidezza dei passaggi più surreali ed espliciti ed altri più tetri, quasi gotici, in quelli notturni. Di suo la regia di Schrader è attenta, non molla i personaggi né i fatti che si susseguono, la carica tensiva è costante e lo splatter non viene trattenuto.


Un apporto impagabile fu dato anche dagli interpreti: da una strepitosa Natassja Kinski [doppiata da Eva Adele Ricca] perfettamente a suo agio sia come ragazza innocente, solitaria ed impaurita sulle cui spalle grava un fardello che non può spiegarsi e che non ha scelto, sia come maestosa predatrice (panni nei quali non si fa problemi a mostrarsi senza veli o a farsi deturpare dagli effetti prostetici) che non si fa problemi a tendere inquietanti agguati alla propria rivale in amore. Passando per un ottimo Malcolm McDowell [doppiato da Rodolfo Bianchi] nei panni di Paul, un ruolo psicologicamente morboso e ossessivo ma allo stesso tempo reso disperato dalla propria condizione e dalla mancanza di vie d’uscita (in quanto la sorella rifiuta di unirsi con lui).


Convincente anche Annette O’Toole nei procaci panni di Alice e discreto, infine, anche John Heard nel ruolo di Oliver, l’unico personaggio che fino in fondo cerca di capire quanto sta succedendo e di fare la cosa giusta.


Per finire in bellezza con la colonna sonora tutta synth imbastita da Giorgio Moroder che culmina con la ferina ed intensa “Putting Out the Fire” interpretata da un David Bowie in grandissimo spolvero.


In conclusione, pur non essendo un capolavoro e pur presentando qualche forzatura, Schrader anche su commissione riesce a dar vita ad uno di quei rari rifacimenti che abbia senso di esistere, immettendo nell’insieme una gran profondità e un’aura sia mistica che dolorosamente terrena.


Senza edulcorare nulla, rendendo palpabile la tensione sensuale, attraendo ma riuscendo anche a risultare commovente.


E poco tempo dopo avrebbe realizzato il trascendentale e spiazzante biopic su Mishima. Un autore da non sottovalutare mai e che merita sempre una presa visione.

VOTO: 7/8


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