Donnie Darko (2001) - di Richard Kelly

Uno dei film più completi e rappresentativi del Nuovo Millennio



TRAMA: siamo nel 1988, è la notte del 2 Ottobre quand’ecco che il motore di un Jet piomba sulla casa della famiglia Darko, per la precisione nella stanza del secondo genito Donnie (brillante, maturo e compassionevole studente di liceo affetto però da schizofrenia).


Fortunatamente il Nostro non si trovava lì in quel momento, bensì in un campo da golf situato nelle vicinanze grazie al suo sonnambulismo (spesso gli appare un inquietante coniglio antropomorfo di nome Frank). Risvegliatosi però comincia a presagire l’imminente fine del mondo che dovrebbe avvenire fra 28 giorni-6 ore-42 minuti-12 secondi.

Anche se la provenienza del motore dell’areo non trova spiegazione (non risulta mancare da nessun velivolo in volo al momento dell'incidente) la vita sembra riprendere il suo normale corso, se non fosse che tutta una serie concatenata di avvenimenti e strane coincidenze spingeranno Donnie a compiere svariate piccole azioni ordinare apparentemente prive di senso per scongiurare l’ipotetica fine del mondo e far venire a galla alcuni scomodi segreti celati all’interno della cittadina, andando così a cambiare poco a poco delle impercettibili linee spazio-temporali. In mezzo a tutto, Donnie s’innamorerà di Gretchen, liceale da poco giunta nell’istituto che il ragazzo frequenta.


ANALISI + CONSIDERAZIONI: se n’è parlato a lungo dell’opera prima del valente Richard Kelly e se n’è detto di tutto e di più: cult? Indubbiamente; film sopravvalutato? Dipende; inutilmente incasinato? Nnaah alla fine tutto fa brodo; capolavoro? Riparliamone fra altri 20-30 anni e staremo a vedere se avrà superato la prova del tempo.


“Donnie Darko” è una magnifico calderone ragionato dove confluiscono un’infinità di generi, temi, sotto-testi e simbolismi per altrettanti significati ed interpretazioni che lo spettatore può trarre anche dopo molteplici visioni.

Un racconto di solitudine, diversità e alienazione che però portano ad una visione inedita e alternativa della realtà (quando il personaggio si cala il cappuccio in testa in determinati momenti, più che un segno d’isolamento sembra un gesto non molto dissimile a quello di un supereroe che si maschera prima di entrare in azione); uno schiaffo in faccia ad un Repubblicanesimo ambiguo e poco affidabile; lo sgretolamento d’un positivismo perbenista ostentato e solo di facciata che nasconde scomodi scheletri nell’armadio, quando è anche grazie alla coscienza di quanto negativo e sbagliato ci sia al mondo che l’umanità sceglie di REAGIRE, di FARE di meglio e cambiare le cose; il cammino cristologico di un novello messia dubbioso che alla fine sceglie di adempire al proprio destino e che si fa strumento riluttante delle volontà dell’universo, conscio che tutto ciò richiederà un enorme sacrificio (non a caso nella scena dell’appuntamento al cinema, lo vediamo assistere ad una proiezione de “L’Ultima Tentazione di Cristo” che appunto vedeva un Figlio di Dio mai così umano nelle sue incertezze sulla propria ardua missione e la propria natura divina); la purezza contrapposta ad una sinistra beffardaggine simboleggiata dalla presenza di Frank; i worm-holes e le teorie sugli universi tangenti dove ad ogni azione corrisponde una reazione che serve per poter mantenere degli insondabili equilibri senza i quali l’universo cesserebbe di esistere.

Uscito in un periodo ancora funestato dai fatti del 9/11, Kelly dà così vita ad un’opera prima dalla potenza immane, immettendovi una mano e uno sguardo fortemente Lynch-iani ma con un piglio più energico e glamour, centrifugando un’infinità d’intuizioni visive-narrative che però riescono a co-esistere in armonia e a quadrare. Lo seguono a ruota il sound-design suggestivo e trascendentale di Mark Andrews ma soprattuto la coralità del cast assemblato: da un Jake Gyllenhaal profondo, inquieto e sfaccettato; un’adorabile Jena Malone (con la voce di Alessia Amendola), portatrice d’amore e umanità all’interno del disastrato micro-cosmo del protagonista; una convincente Drew Barrymore (qui pure produttrice del film), nei panni della premurosa insegnante di Letteratura; un ottimo Patrick Swayze nella sua falsa facciata di benevolenza da pseudo-leader spirituale che cela dai segreti raccapriccianti; una bella prova anche per Maggie Gyllenhaal (sorella di Jake anche nella vita reale) nei panni dell’anti-conformista sorella maggiore; MA SOPRATTUTTO C’E’ LUI, l’ambiguo e inquietante Frank. Per certi versi il Virgilio della situazione, a sua volta un paradosso ambulante al quale il Nostro protagonista dovrà porre rimedio.


Ogni azione, ogni gesto compiuto e ogni parola detta, per quanto infinitesimale, incomprensibile o apparentemente insignificante, in qualche modo finisce per avere un senso tutto suo e lascia delle tracce anche se non ce ne rendiamo subito conto. Donnie alla fine sorride, perché ha trovato le risposte che cercava e ha colto l’ironia nella mestizia della dura verità incombente.


Con ciò che ha compiuto, ha compreso e ha fatto capire che forse non tutti quelli che sono destinati alla morte sono necessariamente destinati alla solitudine. Qualcuno da qualche parte/in un’altra vita avvertirà che qualcosa è cambiato e di averne fatto parte, anche se indirettamente e senza sapersi dare una spiegazione. Così come possono esistere molteplici varianti della realtà: nulla finisce, forse nulla comincia ma nulla davvero si perde e tutto può essere.


Anche quando la fine sopraggiunge, consci di aver approfittato al meglio del Nostro tempo, un qualche sollievo o qualcosa che valga la pena di contemplare in un modo o nell’altro lo si potrà trovare. E se non c’è, lo si può creare.

Se trovate astruso tutto ciò pensate al povero Fry di “Futurama” ch’è diventato nonno di sé stesso.

VOTO: 10

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