EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE - (2022) dei Daniels [A24/I Wonder Pictures]

Aggiornamento: 30 ott

Alla ricerca di sé stessi tra Multiversi, Bagel, Assurdità assortite e colpi di Kung-Fu


TRAMONE: Evelyn Wang è l’annoiata proprietaria di mezz’età di una piccola lavanderia di città. Suo marito Waymond (con il quale gestisce quest’impresa) vorrebbe divorziare perché insoddisfatto dalle reciproche mancanze d'affetto negli ultimi tempi del loro matrimonio e hanno una figlia introversa che non è ancora riuscita a rivelargli di avere una relazione omosessuale.


A complicare le cose si aggiungono: l’anziano padre di Evelyn, giunto dalla Cina, di cui doversi occupare in quanto non più auto-sufficiente e le ispezioni di un’inflessibile impiegata dell’IRS per una sospetta evasione fiscale.


Un giorno però Evelyn entra in contatto con una frattura del continuum spazio-temporale e lo spirito di una delle versioni alternative di suo marito prende possesso del corpo di costui che le rivela così di essere l’unica a poter riportare l’equilibrio fra le dimensioni e fermare un’enigmatica figura (e i suoi tirapiedi, di cui fa parte la stessa ispettrice dell’ufficio delle entrate) che intende distruggere il multiverso. Dovrà quindi alternarsi tra la sua quotidianità e le altre realtà vissute dalle sue controparti, per poter acquisire tutte le competenze e le conoscenze necessarie per poter sventare questa calamità.


COSE Che COSANO: continua la prolifica espansione produttiva della A24. Dopo il riuscitissimo esperimento in territorio Fantasy cavalleresco con “Green Knight” di David Lowery e la rilettura thriller psicologico-espressionista del MacBeth di Joel Coen; dopo aver prodotto i titoli d’autore completo dell’ottimo Alex Garland; aver battuto nuovi territori nel genere orrorifico grazie a Robert Eggers ed Ari Aster; aver dato voce a nuove interessanti voci nei panorami thriller e drama indipendenti e aver contribuito alla creazione di una serie di successo quale “Euphoria”, la casa di produzione decide di cimentarsi con un Blockbuster in piena regola e l’occasione gli è capitata con la 3^pellicola di 2 dei suoi maggiori talenti creativi: i Daniels (al secolo Dan Kwan & Daniel Scheinert).


E per tale impresa sono riusciti addirittura a coinvolgere in fase produttiva nientemeno che i Russo Brothers [duo registico dietro successi quali “Winter Soldier”, “Civil War”, “Infinity War/Endgame” di casa Marvel, “Tyler Rake” per Netflix e del sottovalutato “Cherry”].


Come si può evincere già dal titolo “Everything Everywhere All at Once” è un glorioso tour-de-force che centrifuga un’infinità di cose in un unico film.

Una giostra a getto continuo di componenti e concetti sorprendentemente armoniosi nel loro insieme, anche quando si vuole esuberare. Ogni cosa è al suo posto. Dove a contare sono sia le idee messe in gioco che le modalità, la visione e la sensibilità con le quali vengono immesse.


Al loro 3°lungometraggio persino la regia dei Daniels evolve: dal taglio esplorativo di "Swiss Army man" a quello più sporco di "Death of Dick Long", dopo la Psichedelia e il minimalismo fumettosi di “Legion”, la messa in scena qui si fa agile e fluida, adattandosi perfettamente ad ogni repentino cambio tonale, atmosferico e di registro in esso contenuti, con un lavoro scenografico altrettanto certosino. E persino la fotografia agisce di conseguenza, mentre il ritmo procede spedito e i tempi comici riescono a divertire senza risultare fuori luogo.


Arrivando ad imbastire un world-building sempre più variegato ed inconsueto (da quello più patinato a quello più assurdo) e orchestrando mirabili sequenze d'azione/di combattimento come se lo stesso Yuen Woo-Ping si fosse impossessato di loro in tali frangenti. Con qualche buona spruzzata di surrealismo e psico-magia curativa alla Jodorowsky di tanto in tanto, passando per vari omaggi alle molteplici declinazioni del cinema asiatico, a quello animato di casa Pixar (in particolare una sequenza che tira in ballo scherzosamente “Ratatouille”) e persino il trasformismo barocco ed esistenziale del “Cloud Atlas” delle Wachowski + Tom Tykwer.


A completare il tutto ci pensano le impagabili musiche ora concrete ed evocative ora palpitanti ed irregolari del trio sperimentale Son Lux.


E malgrado tanta spettacolarità ed estro, il film non dimentica di mostrare cuore, intensità e riflessione. E come in certe puntate del Doctor Who, a trionfare o salvare l’universo non è solo una questione di combattimenti e grandi battaglie quanto più di pensieri, gesti, discorsi, confronti e non-detti. Gli stessi confini tra il bene e il male qui rappresentati non sono mai solo bianchi o neri. Sottolineando in questo modo di quanto in una buona sceneggiatura non conti solo “cosa” s’intenda affrontare (o solo subendo lo spettacolo lasciando che così sia) ma anche le varie modalità con le quali tutto ciò viene affrontato.


Senza scadere nel melassoso, nella banalità o nel tanto fumo per poco arrosto, trovando il giusto equilibrio tra sfoggio tecnico, ambizioni, coerenze narrative e di scrittura.


Per Albert Camus l'assurdo e il caos permettevano di comprendere le contraddizioni tra la razionalità e l'irrazionalità. Per quanto astrusi sono correlati alla vita, alla sofferenza e al loro annullamento, e gli danno un senso. Il tutto simbolicamente sublimato in un'enorme bagel cosmico e siderale.


Per certi frangenti il multiverso qui rappresentato, fra le sue innumerevoli sfaccettature, declinazioni e ramificazioni, mostra anche il bombardamento mediatico e di interconnessioni col quale abbiamo a che fare ogni giorno che se da una parte permette di accedere a tutto/di fare e di sentirsi parte qualsiasi cosa, dall'altra però finisce per alienare e non sempre risolve i problemi. Il bagel a questo punto è un intersezione fra questi elementi e fra generazioni di successori e predecessori, di come entrambi possano sentirsi schiacciati e demotivati dal mondo, dagli sguardi inquisitori degli altri, dall'impietosità della società e dalle conseguenze di certe scelte di vita.


Arrivando persino a toccare temi come il nichilismo e il libero arbitrio.


Ed è allora che la pellicola e l'imprevedibilità di cui si fa portatrice divengono un invito a riprendere possesso del proprio destino affrontando di petto la vita <dandole anche 'der tu> e andare oltre schemi imposti. Cavalcando il caos senza perdere la compassione e l'umanità necessari per risolvere i problemi, cambiare le cose, migliorare sé stessi, chi vi circonda e il vissuto che si conduce.


Dove infine l’accettazione delle proprie scelte, dei propri sbagli/delle proprie imperfezioni e la volontà di dare/trasmettere qualcosa o di cambiare possono davvero variare l’andamento prefissato delle cose e addirittura guarire sé stessi e gli altri.


Accedere a potenzialità impensabili e sfruttare a pieno ciò che si ha dai contesti in cui si vive, senza dover invidiare le vite degli altri (o delle nostre stesse controparti), rimpiangere ciò che non è stato o rinchiudersi nella contemplazione dei vari “Cosa sarebbe successo SE”.


A farsi carico di ciò troviamo anche le performance degli attori coinvolti, tutti perfettamente in parte (anche quando divengono dei cartoni slapstick in carne ed ossa): da una sempre brava Michelle Yeoh perfettamente a suo agio con i vari registri e trasformazioni della protagonista alla quale riesce ad infondere la giusta dose di umanità e simpatia; un ritrovato Ke Huy Quan (Shorty di Indiana Jones/Data dei Goonies) credibilissimo sia come timido ed impacciato marito bisognoso d’affetto a nobile e combattivo guerriero multidimensionale (specialmente se pensiamo che le sequenze di combattimento le ha girate senza controfigura dato che negli anni non trovando altri ingaggi come attore, si specializzò come stunt-coreographer); un’ottima ed esilarante Jamie Lee Curtis sotto strati di make-up nel duplice ruolo di severa ispettrice delle entrate ad irriducibile sicaria; una sorprendente Stephanie Hsu nei tormentati panni della figlia della protagonista e di …ehhh vedrete; e il buffo apporto di caratteristi di razza quali James Hong e Jenny Slate.


In conclusione “Everything Everywhere All at Once” non è solo una festa per gli occhi e, possibilmente, il 2°miglior film sui multiversi dopo il Marvel-iano “Into the Spider-Verse” ma è forse il titolo più armoniosamente ambizioso dei Daniels e uno dei più belli che potrebbe capitarvi di vedere quest’anno. Un cult fantascientifico istantaneo fatto con cuore testa, fantasia e tanta sacrosanta mano d’opera.


Un non-luogo tutto è possibile e qualunque cosa può accadere in qualsiasi momento. Un’ulteriore scommessa vinta sia per i suoi artefici che per la sempre più prolifica e qualitativamente costante filmografia di una casa di produzione da continuare a tenere d’occhio e che ancora intende fare arte e promuovere la libertà creativa sia con il cinema di genere che con quello più alternativo.

VOTO: 9


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