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FITZCARRALDO - (1982) di Werner Herzog

La Perseveranza nello Smuovere le Montagne per Realizzare un Sogno


La TRAMA: siamo a cavallo tra il 1800 e il ‘900, il magnate del caucciù Brian Sweeney Fitzgerald ha un sogno: costruire un Grande Teatro dell’Opera in un piccolo villaggio amazzonico fra le montagne, isolato dal resto del mondo ed ospitarci i vari grandi nomi della lirica mondiale (fra i quali Enrico Caruso in persona). Per farlo dovrà risalire con un enorme battello (con il quale trasportare i materiali per imbastire ed allestire il Teatro ed estrarre il caucciù) un fiume valicando la montagna, ridiscendere la valle per poi far ritorno in città discendo però da un altro fiume.


L’impresa si rivelerà più ardua del previsto: sia per la presenza ambigua degli indigeni locali che porteranno all’ammutinamento dell’equipaggio del battello, sia la geografia stessa del territorio che complicherà ogni soluzione per trasportare la nave da tutt’altra parte.


ANALISI + CONSIDERAZIONI: siamo agli albori degli anni ‘80, a 9 pellicole dirette + 1 documentario, Werner Herzog era all’apice della propria carriera e fra i nomi di punta del Nuovo Cinema Tedesco. Animato da una sana ambizione, decide di trasporre per il grande schermo le imprese del peruviano Carlos Fitzcarrald, che tentò di issare una nave sulla cima di un monte per poi discenderlo.


Peccato che la lavorazione stessa si rivelò un’impresa insormontabile quanto quella del protagonista: ci vollero in tutto 4 anni per completare il film; le riprese inizialmente dovevano tenersi in Perù ma un gruppo politico-tribale armato circondò il set ed impose al regista e a tutto lo staff di abbandonare la postazione, l’accampamento fu raso al suolo e si videro costretti a girare altrove; l’attore inizialmente voluto per interpretare ‘Fitzacarraldo’, Jason Robards, si ammalò gravemente durante le riprese, costringendo Herzog a sospenderle per 6 settimane; venne convocato di corsa Klaus Kinski con il quale il regista aveva già lavorato ad “Aguirre”, “Woyzeck” e “Nosferatu” e si dovette ricominciare a girare da capo (Robards successivamente sporse causa legale per essere stato sostituito ed estromesso); ci sarebbe dovuta essere la presenza di un aiutante interpretato da Mick Jagger ma a causa degli impegni dovuti alle tournée che gl’impedirono di partecipare attivamente alle riprese, la sceneggiatura fu riscritta escludendo il suo personaggio e le poche scene girate che lo coinvolsero furono tagliate in fase di montaggio; per trasmettere un maggior realismo, Herzog si rifiutò di utilizzare effetti speciali e modellini, e cercò di issare un vero battello per metà della montagna (ce ne vollero in tutto 3); vennero abbattuti numerosi alberi (attirando il biasimo di molti sostenitori dei patrimoni naturalistici) e alcune persone persero la vita per trasportare l’imbarcazione fino alle meta stabilita (la nave più volte s’incastrò e per riuscire a riportarla in mare ci volle l’alta marea); gli stessi indigeni partecipanti alle pellicola si dimostrarono titubanti di fronte alla pericolosità delle scene stabilite; lo stesso Kinski si dimostrò dittatoriale con lo staff, gli altri attori e particolarmente insofferente con il regista, tant’è che quest’ultimo si vide costretto a minacciarlo con il fucile puntato affinché restasse a recitare, specialmente dopo che gli indigeni si proposero di far fuori l’attore per porre fine alle sue lamentele e vessazioni. Senza contare che il budget inizialmente pattuito venne infranto per far fronte a tutto ciò.


Malgrado tutti questi spiacevoli inconvenienti ed imprevisti però l’opera andò in porto e si aggiudicò un prestigioso premio alla regia al Festival di Cannes. Ma quindi sto benedetto film com'è?


A livello strettamente tecnico Herzog gira con eleganza, rigore e con fare quasi documentaristico, senza però scordare di rendere coinvolti e partecipi gli spettatori, dando un senso epico all’imprese del protagonista e del suo seguito. Il montaggio è sinuoso e ricercato, il ritmo si prende i propri tempi per dare respiro ad ogni momento focale e risaltarne l’intensità. Le scenografie naturali sono magnifiche e aumentano il senso di stupore ed impotenza che il protagonista cerca di affrontare e vincere.


Tutto viene infine risaltato dalle musiche celestiali dei Popol Vuh, le cui sonorità fortemente evocative e spirituali si fondono alle immagini divenendo un’entità addizionale e trasportando gli spettatori in un’altra dimensione sensoriale.


Klaus Kinski, dal canto suo, fornisce una performance travolgente dove anche solo con lo sguardo e poche espressioni riesce a trasmettere tutta la motivazione, l’entusiasmo e la vena di pazzia che animano il personaggio. Contrariamente al Aguirre precedentemente interpretato, egli non si lascia soggiogare dalla natura circostante e non si lascia suggestionare da deliri d’onnipotenza, anzi cerca di reagire usando il ragionamento, la tecnica e ogni mezzo a sua disposizione.


Ciò che persegue non è la gloria personale ma la concretizzazione di una serie d’ideali (per quanto ingenui o borghesi): la promulgazione dell’arte, della cultura europea e della modernità in un luogo incontaminato (ma che egli ritiene primitivo) e alle genti che lo popolano.


E per fare ciò tenta uno di molti tentativi impensabili che ha escogitato negli anni (dopo una fabbrica di ghiaccio e una ferrovia transandina). Tutte operazioni spesso fallimentari e apparentemente senza senso, eppure egli crede con tutto sé stesso nelle possibili applicazioni e utilità che comporterebbero, oltre a vederne un’opportunità per sfidare l’ignoto e affermare la forza del futuro.


Anche se uno o più sogni falliscono, ciò non deve portare alla resa o a vivere nel rimorso ma incoraggiare a trovare e perseguire altri sogni, in quanto l’unica soluzione alla mancanza di risposte e certezza nella vita, sta nell’intensità con la quale questa viene vissuta e dagli scopi con la quale muoverla.


Perseguire degli ideali come fare Cinema significa mettersi costantemente alla prova, rischiare, faticare, sacrificarsi, dubitare e superarsi pur di raggiungere degli obiettivi. Non basta solo crederci, avere dei sogni o volerlo, bisogna provarci anche se la vita non collabora. Anche se le conquiste non cancellano gli sforzi sudati con le quali sono state perseguite.


Se alla fine l’uomo non può nulla contro ciò che davvero non può controllare e comprendere, in un certo qual modo n’è valsa la pena e tanto vale godere del frutto delle proprie fatiche con chi ci ha sostenuto ed ha affrontato il tutto assieme a Noi (la moglie che nella buona e cattiva sorte gli è stata vicino e gli indios che finiscono per considerarlo una sorta di piccolo dio terreno che li avrebbe portati in una nuova era).


“Fitzcarraldo” è un’ode alla perseveranza e al gusto per la sfida che danno senso ai sogni e alle imprese della vita. Un film poetico che vuole trattare di bellezza nelle difficoltà per portare a compimento imprese impensabili. Dove l’obiettivo finale non è tanto la vittoria ma la sfida in sé e il percorso intrapreso per misurarcisi.


Vivere la sfida, assaporarla, renderla indelebile, raccontarla/tramandarla e andare avanti. Una pellicola larger than life diretta da un regista sognatore che non si pone limiti e non vuole saperne di arrendersi, la determinazione e il sangue freddo che gli hanno permesso di portare a termine i propri intenti e continuare a vivere malgrado tutto. L'estasi auditiva dei Popol Vuh e la forza degli ideali personificati nel personaggio di Kinski (grandissimo ed irripetibile performer ma una persona estremamente controversa e instabile, capace di ingiustificata aggressività e malsana presunzione ma anche d’impensabile entusiasmo fanciullesco, come quello di giocare con le farfalle).

VOTO: 9


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