FRANTIC (1988) di Roman Polanski

Un thiller d’intrighi da manuale tra le strade di Parigi


TRAMA: il dottor Richard Walker si reca con la moglie Sondra a Parigi, sia per partecipare ad un’importante conferenza in ambito medico che per festeggiare il ventennale anniversario di matrimonio. Arrivati in albergo scoprono che una delle loro valige è stata scambiata con quella di qualcun altro e fanno richiesta all’aeroporto per rintracciare la valigia perduta. Dopo essersi fatto una doccia, il dottore però non ritrova più la moglie.



Preoccupato dalla sparizione, cerca di consultare chiunque possa averla vista, ma tra l’inefficienza burocratica dell’Ambasciata americana, le lungaggini della polizia locale e l’omertà di alcuni soggetti che dicono di non averla vista, decide di risolvere la faccenda da solo.

Scopre che la moglie è stata rapita e che la valigia appartenesse ad uno spacciatore locale. Tenta di rintracciare quest’ultimo ma finisce col trovarlo morto e incrocia il proprio cammino con la giovane collaboratrice occasionale di costui, Michelle. I due decidono di collaborare per ritrovare la moglie di lui e i soldi che sarebbero spettati a lei trafficando il contenuto della valigia per conto del suo ex-mandante (pensando che Sondra sia stata erroneamente scambiata per una potenziale collaboratrice di quest’ultimo e per tanto chi l'abbia rapita sia qualche creditore o spacciatore rivale), ma il contenuto di essa non è droga, bensì qualcosa di molto più scottante e pericoloso che coinvolge agenti terroristi arabi e i servizi segreti israeliani.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: dopo 3 decadi di carriera e titoli per certi versi innovativi per la Storia del Cinema, tante peripezie e drammi privati (la fuga disperata dallo sterminio degli ebrei durante la 2^Guerra Mondiale nel quale perse i genitori biologici e il brutale assassinio, per mano di fanatici invasati, dell’amata Sharon Tate e del bambino che avrebbe dovuto dare alla luce) e il conseguente “esilio” auto-impostosi per non finire in galera a causa di uno sbaglio di cui tutt’ora si pente (e che ne ha minato l’immagine pubblica dopo tante fatiche che l’avevano reso un regista di culto fra i più stimati e benvoluti fino ad allora), Polanski decide di celebrare un determinato modo di fare e concepire un genere che gli ha dato fortuna: il Thriller (meglio se di stampo Hitchcock-iano).


Ma anche di omaggiare quella terra che l’ospitò e gli diede fama (l’America), nella quale avrebbe potuto fare ritorno unicamente con quel mezzo che gli ha permesso di vivere/emergere/riscattarsi e fare arte.

Scegliendo di ambientare il tutto nella patria che lo vide nascere (prima di crescere in Polonia), che gli ha dato asilo e nella quale tutt’ora risiede ed opera (la Francia, per l’appunto).


E fu così “Frantic”: una storia di solitudine, spaesamento e intrighi filtrata attraverso una lente Thriller old-school con alcuni rimandi alla Nouvelle Vague di Truffaut e un certo gusto muscolare post-moderno.


Dove la solitudine e la mancanza di appigli alla ragione sono accentuati dall’indifferenza e l’aridità imperanti dei vari personaggi di contorno con i quali i 2 protagonisti (uno forestiero e l’altra invece residente della zona) hanno a che fare e che li costringono a dover agire con le loro uniche forze, da soli e sul filo del rasoio contro un concatenarsi di eventi imprevedibili, insidie d’ogni sorta e macchinazioni più grandi di loro.


Un percorso tortuoso non molto dissimile a quanto accaduto nella travagliata vita privata dello stesso regista.


E di come negli sporchi affari e maneggi dei popoli perennemente in guerra (delle loro cellule terroristiche e dei loro servizi segreti), siamo tutti potenziali pedine ignare ed impotenti.

Persino la stessa Parigi dove la storia si svolge viene declinata in un’ottica tutt’altro che edificante o romantica, venendo ammantata da un’aura destabilizzante e ansiogena, lasciando da parte ogni riferimento all’immaginario classico con la quale è conosciuta.


Il tutto mentre il ritmo procede in crescendo e la m.d.p. segue fatti e azioni con fare esplorativo; impedendoci di distogliere l’attenzione perché nulla può essere dato per scontato e gli sviluppi non sono proprio prevedibili; non lasciando mai che i personaggi, e gli spettatori che li seguono, sappiano più del dovuto e disseminando il percorso di ostacoli (il più emblematico: la camminata sui tetti) e dettagli da non trascurare perché in certi momenti della narrazione potrebbero rivelarsi significativi. E non si lascia sfuggire un paio di sequenze d’azione ben assestate dove serve (nulla di particolarmente vistoso o fracassone, intendiamoci).


Ad impreziosire ulteriormente la pellicola, troviamo le impagabili musiche del compianto maestro Ennio Morricone, che con il loro ensemble di tastiere fumose, archi, fiati, chitarre, bassi fretless e fisarmoniche, danno un maggior senso di mistero, tensione palpabile e vibrazioni da western urbano-stradaiolo. Si segnalano inoltre le presenze della soffusa “I’m Gonna Lose You” dei Simply Red e della più vivace e felina “Strange” di Grace Jones.


Mentre a far scintille e reggere il gioco ci pensa il duo di protagonisti dato da Harrison Ford (a quei tempi sulla cresta dell’onda grazie ai vari Indiana Jones, Star Wars, il 1°Blade Runner e 2 collaborazioni con Peter Weir) e l’allora ventiduenne Emanuelle Seigner (successivamente moglie e nuova musa del regista). Riuscendo ad incanalare la mono-espressività-e mezza di Ford per dar vita ad un personaggio tutt’altro che carismatico, virile o risolutivo, bensì vulnerabile e spaesato eppur determinatissimo. Un perfetto contraltare per la spontaneità, il fare sprezzante e disilluso del personaggio di Michelle, un personaggio che semplicemente cerca di sopravvivere con ogni espediente al degrado e allo squallore che le grandi città celano. E malgrado il protagonista principale sia ancora legatissimo alla moglie e impieghi ogni sforzo per ritrovarla e salvarla, la tensione sessuale che si viene a creare fra i due è percettibile ma non scade mai in soluzioni narrative scontate o in triangoli amorosi a tutti i costi. Anche se il finale che attende entrambi sarà dolce-amaro.


In conclusione, con “Frantic” ci troviamo di fronte a tutti gli effetti un Thriller da manuale che tutt’ora mantiene inalterata la sua classe, forse fra i film più quadrati di Polanski. Fatto con i giusti ingredienti (richiami ai maestri e ai titoli che hanno formato il cineasta franco-polacco senza però perdere la sua visione d’insieme e il suo modo di fare), le facce giuste e un’ottima cornice musicale in un setting che si fa ponte ideale tra il cinema europeo e quello anglofono. Nonché uno dei più bei titoli di fine anni ’80 e l’ennesimo di innumerevoli centri di uno dei talenti registici più importanti di mezzo secolo fa.


Uno di quei pochi che continuano imperterriti a realizzare i film che si sentono di voler fare e le storie che intendono raccontare, senza scendere ai compromessi di mode e tendenze.

VOTO: 8/9

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