GREEN KNIGHT (2021) - di David Lowery

Aggiornamento: 12 mag

Quando l’Epica cavalleresca torna ad essere espressionista e contemplativa



TRAMA: Gawain è il testardo nipote di Re Artù (nonché figlio di Morgana). Un giorno a corte si palesa un inquietante guerriero dall’incarnato verde ligneo che sfida a duello chiunque sia abbastanza forte da poterlo sconfiggere.


Gawain, per dimostrare il proprio valore, si offre volontario e ha la meglio su di lui, ma questi per niente morto e per nulla impressionato da tal prova di forza annuncia che allo scadere di un anno solare, sarebbe tornato per chiedere soddisfazione ed infliggere al ragazzo il colpo che gli è stato inferto. L’anno intercorre e, seppur con una certa riluttanza, Gawain si decide a partire alla ricerca di questo avversario per saldare il suo debito d’onore o eliminarlo prima che si “risvegli”.


Il viaggio che compirà lo porterà alla scoperta di sé stesso e dei luoghi più misteriosi di Camelot i cui effetti ed incontri metteranno a dura prova le sue convinzioni, metterà in dubbio il suo operato e il suo stesso onore. Una volta che si ritroverà al cospetto del Cavaliere Verde, sarà nuovamente in grado di tenergli testa o perirà sotto i colpi d’ascia?


ANALISI + CAST&TECNICI: Dopo un lungo anno d’attesa, finalmente ci siamo. Senza peccare di sovrastima, senza che nessuno se l’aspettasse e forte di un budget irrisorio se paragonato a tanti altri Blockbuster più blasonati, il talentuoso cineasta David Lowery (attivo sia in ambito indi con “Old Man & the Gun” e “A Ghost Story” – un vero gioiello minimalista e commovente –, sia al servizio della Disney per le rivisitazioni atipiche di classici quali “Il Drago Invisibile” e l’imminente “Peter Pan & Wendy”) sforna uno dei Fantasy più belli di questi ultimi 21 anni dopo la rivoluzione portata dal Signore degli Anelli di Jackson-iana memoria!


E lo fa trasponendo una delle storie meno conosciute e meno decantate del ciclo Arturiano, dove il fine perseguito non è tanto la gloria quanto qualcosa di molto più profondo e non proprio facile d’affrontare.

Al contrario di molti titoli affini, il ritmo non è frenetico o incalzante bensì lento e sinuoso come dev’essere un Trip (badate bene! Non pesante/Non noioso, ma semplicemente lento).

La componente visiva è qualcosa di mai visto finora in ambito Fantasy. Ogni frame che si sussegue è come un enorme e ricco dipinto in movimento, dove il regista adotta ogni escamotage per immergere gli spettatori negli scenari e negli avvenimenti che si verificano, facendogli provare ogni sensazione che i personaggi stanno provando, mettendo la spettacolarità al servizio della contemplazione mistica e del coinvolgimento sensoriale e sfruttando il montaggio: i movimenti di macchina, le geometrie, i piani sequenza e le inquadrature in maniera inedita per il genere, così da poter seguire la vicenda e l’esplorazione come raramente si è visto.

E non mancano evidenti richiami a opere alte quali “Il Settimo Sigillo”, “L’Ultima Tentazione di Cristo” (specialmente nel flashback su un futuro ipotetico che anticipa la conclusione vera e propria), il “Dracula” di Coppola, “Excalibur”, il saggio minimalismo del recente "Head Hunter" di Jordan Downey, guarda a Tarkovsky e all’espressionismo di Dreyer, centrifugando il tutto assieme al gusto per la narrazione, l’avventura e la forza dello spirito di sacrificio di titoli come “Willow” e “Dark Crystal”. Ciò che ne consegue è una miscela sbalorditiva che travolge i sensi.


A potenziare il tutto ci pensano le musiche suggestive del solidale Daniel Hart (a base di chitarre, archi, synth e canti corali) che sembrano provenire da un’altra dimensione, fuori dal tempo; una fotografia densa, cromata ed immersiva e i vfx curati dalla WETA Digital. Senza contare ovviamente le bellissime ambientazioni dell’Irlanda dove il film è stato girato.


E se ciò che ho descritto non bastasse, una parte di estremo rilievo la giocano il protagonista, il viaggio che intraprende, le esperienze che sperimenta e i simbolismi. Dev Patel (doppiato da Paolo De Santis) fornisce quella che ad oggi potrebbe essere la sua miglior performance, riuscendo a trasmettere una vasta gamma di sensazioni/stati d’animo/istanze anche con poche espressioni e non si risparmia gli amorevoli maltrattamenti ai quali viene sottoposto dal regista e dagli eventi surreali che metteranno a dura prova il personaggio che deve incarnare.


Galvano è tutto fuorché un eroe senza macchia e senza paura: passa gran parte del suo tempo fra vizi e dissolutezze (spesso in compagnia della fedele popolana Essel interpretata con tanta dignità dalla brava Alicia Vikander, che prima del confronto finale comparirà anche in una veste totalmente diversa); non ha ancora compiuto imprese abbastanza rilevanti con le quali farsi un nome ed essere maggiormente considerato; non è ben visto perché sua madre è la strega Morgana Le Fay (un tempo nemica di Camelot e ora alleata tanto preziosa quanto ambigua) e il massimo al quale potrebbe aspirare per la sua carriera sarebbe succedere al trono lo zio/mentore Re Artù in quanto unico discendente maschio. Ma senza la giusta esperienza forgiata da imprese in grado di maturarlo, renderlo più saggio e lungimirante e che lo mettano alla prova, rischierebbe di diventare un sovrano indegno della corona e inadeguato a governare/proteggere/guidare un popolo.


La sfida mortale lanciatagli dal misterioso, beffardo ed immortale Cavaliere Verde (un ottimo Ralph Ineson mirabilmente camuffato sotto strati di prostetica e make-up) sarà solo l’inizio di una discesa tra i misteri e le leggende di Camelot ma anche verso le insidie della crescita e della vita stessa.

Tra i maneggi letali di briganti; le prove di fantasmi il cui eterno riposo è minato da fardelli terreni non assolti e ingiustizie subite; le tentazioni e le lusinghe della corte di un ricco signore (Joel Edgerton) e di sua figlia; scene erotiche e visioni destabilizzanti che confondono i propositi; lande inesplorate che pullulano di gigantesse che non si sa a chi rispondano e infine lo scontro inesorabile contro un avversario che non può morire e la cui minaccia si avverte per buona parte del racconto senza doverlo rendere presente.


Ma è davvero una minaccia o semplicemente qualcosa di totalmente sconosciuto venuto per impartire più di una lezione fondamentale allo sventurato protagonista? Lezioni che però potrebbero avere risvolti mortali. L’unica compagnia che avrà in questa avventura è una volpe parlante (quasi una voce della coscienza). Ognuna di queste tappe metterà a nudo e definirà il vero IO di Gawain. Ognuna di queste rappresenterà un’evoluzione dei tratti sfaccettati della sua personalità (soprattutto di quelli più spiacevoli) e il fine ultimo più che renderlo un’onorevole guerriero dovrà innanzi tutto temprarlo in un uomo di cuore, in una persona migliore.

Spogliata dalla sua abbondanza visiva, questa di “Green Knight” è una storia di formazione e del cammino di un anti-eroe imperfetto, che rinuncia all’epica e alle grandi scene d’azione per concentrarsi sulle riflessioni che si possono trarre e sull’esplorazione (interiore ed esteriore), finendo per essere universale e trascendere i tempi. Che siate moderni spettatori di una sala o stravaccati su un divano o con lo sguardo perso su di un computer, che siate cavalieri seduti attorno alla tavola rotonda per udire una cronaca o dei popolani che assistono ad uno spettacolo di marionette.

L’unico dispiacere è non averlo potuto ammirare in sala dove avrebbe meritato e dove sarebbe stato ideale, c’è solo da sperare lo rendano al più presto fruibile in Dvd o su qualche piattaforma. VOTO: 9

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