GUIDA GALATTICA Per AUTOSTOPPISTI - (2005) di Garth Jennings

L’ingloriosa e demenziale ricerca alla più grande risposta universale. Non partite senza asciugamani.


PRELUDIO: i delfini sono animali più intelligenti dell’uomo e da tempo hanno provato a metterlo in guardia dalla distruzione del mondo che un giorno si sarebbe verificata ma questi loro avvertimenti sono sempre stati travisati come giochi acquatici. Arrivato il giorno della fine e giustamente indisposti dalla nostra ignoranza, questi simpaticoni levano le tende non prima di averci ringraziati per tutto il pesce concessogli negli anni. Dopo questo incipit comincia finalmente il film vero e proprio.


TRAMONE: il nostro protagonista, Arthur Dent, un giorno si ritrova delle ruspe che vogliono demolirgli casa per fare spazio ad una nuova autostrada. Nello stesso momento, irrompe un’intera flotta di navi spaziali intente a deflagrare l’intero pianeta.


Viene condotto in salvo in extremo da Ford, un curioso soggetto che tempo prima il Nostro salvò dall’essere investito da un’auto, e trovano momentaneo rifugio in una di queste navi, capitanate dall’ottusa razza Vogon, squallidi burocrati spaziali, che così annientano la Terra per poter creare una superstrada intergalattica che passi anche per il sistema solare. Dopo essere stati torturati a suon di poesie ed espulsi dall’incrociatore, vengono tratti in salvo a bordo della navetta Cuore D’Oro pilotata dal dimissionario e ribelle governatore della galassia Zaphod, il suo robot perennemente depresso Marvin e la sua 2^incomando Tricia, incontrata tempo prima da Arthur (che se n’era invaghito) prima di volatilizzarsi chissà dove.


Con più nulla da perdere e senza un posto dove andare il nostro sfortunato protagonista, decide così di seguirli a zonzo per il cosmo alla ricerca del pianeta Magrathea alla ricerca della risposta a tutte le domande fondamentali esistenti e che solo il supercomputer denominato Pensiero Profondo potrebbe fornirgli.

COSE Che COSANO: ci sono voluti 20 anni ma finalmente nei primi tempi del Nuovo Millennio, l’opera di Douglas Adams ha avuto la sua trasposizione su celluloide, peccato solo che il suo autore non abbia potuto vederla compiuta (venne a mancare nel 2001).


Inizialmente si era optato per Spike Jonze (ancor prima si pensò ad Ivan Reitman che però ritenne l’operazione troppo complessa da trasporre), ma alla fine, su consiglio dello stesso, venne ingaggiato Garth Jennings. Che pur non possedendo il genio del ben più virtuoso collega, si dimostra l’uomo giusto, con la giusta dose di mestiere e con la mano più adeguata per l’incarico, andando così a filmare l’infilmabile.


Fra le carte vincenti, troviamo prima di tutto un cast in stato di grazia: Martin “Bilbo” Freeman (doppiato da Massimo De Ambrosis) è perfetto nel ruolo dell’impacciato e bonario Arthur, riuscendo a trasmettere tutto il suo smarrimento e stupore, come una certa risolutezza spesso involontaria; passando per una deliziosa Zooey Deschanel (con la voce di Federica De Bortoli) in grado d’illuminare ogni frame col suo fare sbarazzino e la sua mimica espressiva ed un Sam Rockwell (reso magnificamente anche in italiano grazie ad un Christian Iansante spaziale) che pare nato per fare Zaphod: amabilmente imbecille, fanfarone e sopra le righe.


Troviamo poi Mos Def (Franco Mannella) nei panni del simpatico e stralunato Ford, autore dell’apposita guida che dà il titolo al film; passando per le gentili comparsate di John Malkovich (sacerdote d’un culto dedito allo starnuto come forza creatrice) e Bill Nighy; giungendo infine a Stephen Fry (da noi Michele Kalamera) che dona il suo elegante vocione all’onnisciente voce narrante e un’impagabile Alan Rickman [r.i.p.] (da noi Sergio Di Stefano, buonanima a sua volta) su Marvin, androide perennemente depresso <depressione che si rivelerà utile verso la fine> e compagno di sventura (e minchiate) di Zaphod.


Passando poi per tutte le trovate e soluzioni fuori di testa che Jennings riesce a trasporre (pur tagliando qua e là): tra motori ad improbabilità (di un’incrociatore stellare dal computer di bordo perennemente allegro ed ottimista) in grado di compiere salti dimensionali/interplanetari, alterando la natura di chi la utilizza e dello spazio circostante in quel preciso momento; elmetti pensatori che funzionano a spremute d’agrumi; un pericoloso fucile a punto di vista; divagazioni filosofiche; saccenti piegoni non-sense; topastri cospirazionisti; asciugamani trattati alla pari di potenti protezioni (mai avventurarsi in altre galassie senza); la risposta alle grandi domande della vita riassunta nel numero 42 senza ulteriori spiegazioni e ottuse razze di burocrati alieni irremovibili e lenti di comprendonio (vistosa frecciata al mondo della burocrazia e alla sua inflessibilità) che torturano i malcapitati declamando poesie.


Insomma c’è tutto l’occorrente per farsi delle grasse risate e lasciarsi intrattenere nel migliore dei modi senza spegnere troppo il cervello.


Ma al di fuori delle sue stramberie e dal flusso d’idee che procedono senza sosta, il film e il romanzo vogliono trattare soprattutto dei vizi e delle virtù insite nella natura umana, di come molto spesso tendiamo a curarci troppo o troppo poco delle cose superflue, se non addirittura ad essere fin troppo convinti della nostra importanza al centro dell’universo. Come in un viaggio dove non conta solo la meta quanto le tappe, non è importante trovare delle risposte a tutto, perché talvolta non ci sono dei motivi e non è detto che le risposte le troveremo in questa vita.


Semmai è necessario porsi delle domande e mettersi in dubbio. Soprattutto bisogna imparare a porre le giuste domande per ottenere risposte più corrette e coerenti, in quanto non si può pretendere di avere tutto e subito dal nulla.


Alla fine ciò che veramente conta sono l’unità, la serenità e la condivisione; l’accettazione delle proprie contraddizioni e dell’impossibilità nel trovare risposte o un senso a tutto (non sempre tutto deve averlo o forse non ci è ancora dato saperlo su questo piano esistenziale); godersi la vita, ciò che si ha e che resta e ciò che sarà o si verrà a creare.


Tutto è uno (o 42) e uno (o 42) è tutto. Iddio solo sa quanto ne abbiamo bisogno in tempi di ansia, incertezze, isterie, presunzioni e tergiversi come quello che stiamo vivendo.


Certo forse una trasposizione fedele al 100% al romanzo difficilmente era possibile, la love-story di Arthur e Tricia in alcuni momenti rischia di mangiarsi l’importanza di tutto il resto e il finale, per quanto quadrato e comprensibile, avrebbe necessitato un minutaggio superiore per mostrare tutta la propria completezza, inoltre la verbosità e la gran quantità di stranezze potrebbero non renderlo un film per tutti (non a primo impatto, per lo meno) EPPURE l’operazione più dirsi riuscita e abbastanza soddisfacente.


Merito di un cast perfetto, di gag a getto continuo, delle invenzioni visive-narrative fornite con cotanta generosità ma soprattutto grazie al genio dispensato da Adams su carta e poi immesso su pellicola. Il tutto condito con una comicità e una sregolatezza surreali degne dei migliori Monty Python.


A mani basse tra i migliori film di Fantascienza del Nuovo Millennio!

VOTO: 8/9 e grazie per tutto il Pesce!


#GarthJennings #ZooeyDeschanel #MartinFreeman #SamRockwell #AlanRickman

7 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti