HIGHLANDER - (1986) di Russell Mulcahy & Gregory Widen

Storie di Immortali, Scontri senza quartiere attreverso i secoli e le musiche dei Queen

TRAMA: New York, metà anni 80, in un parcheggio sotterraneo del Madison Squarde Garden due uomini si sfidano a duello con delle spade, lo scontro si conclude con la decapitazione di uno mentre l’altro viene investito improvvisamente da un fascio di luce soprannaturale. Quest’ultimo, tale Russel Nash (affascinante e pacifico antiquario), viene arrestato e poi rilasciato nel giro di poche ore per mancanza di prove.


Sulle sue tracce si mette la reporter Brenda J.Wyatt decisa a fare luce sul mistero e constatare la veridicità dei fatti, ma il cammino di entrambi verrà ostacolato da un sanguinario energumeno, anch’egli munito di spada, che sembra avere un conto in sospeso con Nash (che scopriremmo essere scozzese, di chiamarsi Connor McLeod ed essere nato nel 1500).


Entrambi sono gli ultimi immortali (appartenenti a fazioni opposte) rimasti su questa terra, destinati a scontrarsi nei secoli e chi fra i due prevarrà, spetterà una ricompensa eterna con la quale l’ultimo della specie acquisirà un potere immenso, la facoltà di decidere le umane sorti e la scelta di rinunciare o meno all’immortalità. Ne resterà solo uno! CAST&TECNICI: nei panni del protagonista troviamo il francese Christopher Lambert perfettamente in parte e in forma smagliante. Pur con la sua limitata espressività riesce a risultare credibilissimo e convincente, riuscendo a trasmettere il tormento (e il fascino) del protagonista nel dover convivere con una condizione soprannaturale che è anche una condanna.


Vivere sempre da outsider; aver visto e vissuto la storia col passare dei secoli; venir denigrato; non aver la possibilità di procreare e veder morire chiunque abbia mai amato e tutti coloro con i quali instaurò rapporti, senza poterci fare niente. Convivendo con la consapevolezza che ci sarà sempre qualche altro immortale che vorrà farlo fuori per poter giungere alla ricompensa definitiva e la responsabilità che tale stra-potere non cada nelle mani di qualche pazzo scellerato.


Ma nonostante tutto riesce anche a trasmettere in più momenti umanità, ironia ed auto-ironia. Tra l’altro per risultare convincente, dovette esercitarsi per ore con l’inglese (lingua che ai tempi parlava di rado) ma l’effetto fu molto suggestivo perché in originale ci sta che il suo non sia un inglese perfetto, perché rende il senso del background secolare e straniero del personaggio.

Passando per un Sean Connery visibilmente divertito su Ramirez, mentore egizio-ispanico del protagonista, al quale insegna tutto l’occorrente, l’importanza della loro condizione oltre-umana, “dell’Adunanza“ e nell’essere un tutt’uno col mondo che lo circonda.

Sul villain troviamo poi un Clancy Brown a dir poco perfetto in tutta la sua inquietante fisicità e mimica nei panni di Kurgan (stazza imponente, ghigna primordiale e vocione dirompente). Un villain che non si dimentica tanto facilmente e di cui ormai si sta perdendo lo stampo. Sadico; inesorabile; sprezzante, totalmente amorale e impossibile da redimere <uno dei pochi immortali che uccide sia i suoi simili che i comuni mortali per il semplice gusto di farlo>; trasuda prazzia e dissolutezza da tutti i pori; è determinatissimo nei propri intenti ed estraneo a qualsiasi tipo di sacralità. Cosa si può chiedere di più?!

Alla brava Roxanne Hart tocca forse il personaggio più semplice ma che funziona proprio per la sua semplicità estrema. Per certi versi è Lei a riaccendere una maggior speranza e amore al protagonista.

La regia dell’ex-videoclipparo Mulchay [reduce dal orrorifico “Razorback”] e la sceneggiatura di Gregory Widen [successivamente autore completo dell'interessantissimo urban-dark-fantasy "The Prophecy"] si rivelano efficacissime, originali quanto basta e per nulla banali nella loro semplicità.


La lore degli immortali funziona e affascina, lo sviluppo e la caratterizzazione dei personaggi sono perfetti, il ritmo narrativo è sempre quello giusto e non esistono momenti di stanca. L’estetica patinata/la messa in scena/il montaggio/i movimenti di macchina da videoclip non stonano affatto, la tensione negli scontri è palpabile, ogni inquadratura ha la sua necessità, le location sia passate (in particolare costumi e ricostruzioni) che moderne sono suggestive e pur non essendoci chissà quali pretese filosofiche o pipponi umanisti, i messaggi che contiene risultano piacevoli.


Qualche piccolo difetto però si presenta nel comparto effettistico, che per quanto discreto, in alcune scene sarebbero visibili alcuni fili.

Altro fiore dell’occhiello della pellicola sono ovviamente le musiche apposite dei Queen (successivamente raccolte in “A Kind of Magic”) che di volta in volta iniettano maestosità e vigore alle scene. Dalla commovente e malinconica “Who Wants to Live Forever?”; a pezzi più energici quali “Gimme the Prize”, “Princess of the Universe” ed "Hammer to Fall"; alla fiabesca “It’s a Kind of Magic” (posta in chiusura) e la romantica ed avvolgente "One Year of Love". Senza scordarci anche delle preziose trame sinfoniche di Michael Kamen.

Azzeccatissimo infine il doppiaggio che vede fra le sue fila il compianto Sergio Di Stefano superlativo su Lambert, Pino Locchi (buonanima pure lui) immancabile su Sean Connery, Alessandro Rossi perfetto sul terribile Kurgan <chi poteva renderlo così bene anche in italiano se non lui?> e la sempre brava Emanuela Rossi su Brenda. CONSIDERAZIONI: merito di una regia solida e d’effetto; d’uno script efficace e piuttosto originale; d’un cast altrettanto efficace ed azzeccato; l'aura mistica e post-moderna che permea; il suo sapore ottantiano e le trascinanti musiche dei Queen, con i suoi 36 anni sul groppone, “Highlander” continua ad essere un cult intramontabile ed emblematico dei suoi tempi e ancor oggi una visione gradita. Sia per i nostalgici che per le nuove generazioni.


Dopo tutto non è immortalità anche questa? Un qualcosa che trascende lo spazio e il tempo mantenendo inalterata la sua sostanza e i suoi valori. Immortale il film, immortali le sue musiche (Freddie Mercury di sicuro…i suoi compari? Per quanto siano dei grandi musicisti, ormai sono diventati la tribute band di loro stessi).

E per coloro che dell’immortalità ne hanno abbastanza o coloro la cui immortalità ha precluso la possibilità di vivere un'esistenza "normale" accanto a chi si ama? Tante persone muoiono e sono morte, sia per cause naturali che per terribili malattie, conflitti insensati od ingiusti scherzi del destino ma è perché la vita finisce che siamo tenuti a progettare il nostro futuro, dargli un senso, prepararci a qualsiasi evenienza e compiere delle scelte.

Ironia della sorte è la possibilità e la paura della fine che sprona l’essere umano ad essere autentico, ad agire e trovare sé stesso.

{L’utilità del vivere non sta nella sua durata ma nell’uso che se ne fa: qualcuno ha vissuto a lungo pur avendo vissuto poco. Badate finché ci siete. Tutto dipende dalla vostra volontà, non è nel numero degli anni la constatazione se si ha vissuto abbastanza o no.} [Michel De Montaigne 🇨🇵]

VOTO: 8


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