IL CORVO (1994) - Amore, Vendetta, Rinascita e un’ultima grande performance



TRAMA: Detroit, durante la notte di Halloween [lì chiamata “La Notte del Diavolo” a causa delle puntuali esplosioni di violenza e vandalismo che avvengono in tale data] i due giovani promessi sposi Eric Draven e Shelly Webster vengono barbaramente assassinati dagli sgherri d’uno spietato boss locale che tiene la città sotto scacco con speculazioni edilizie ed intimidazioni, al quale i due ragazzi si erano opposti con una petizione.


Esattamente un anno dopo, un corvo becchetta sulla tomba di Eric e lo fa resuscitare, toccherà a lui vendicare la morte sua e dell’amata, raddrizzare i torti e riportare un po' d’ordine nella città. Solo una volta compiuta questa sua personale crociata, potrà ricongiungersi con la sua bella nel aldilà.

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CAST/REGIA/TECNICI: a primeggiare sul tutto c’è l’interpretazione immortale (purtroppo l’ultima, nella sua breve ma intensa carriera) di Brandon Lee nei panni del risorto musicista Eric Draven, il quale nella sua perfetta fisicità e mimica riesce a dar vita ad un personaggio affascinante come pochi, in grado di trasmettere carisma ed intensità ad ogni fotogramma.


Malinconico eppure portatore di speranza, folle ma estremamente lucido, empatico e misericordioso ma implacabile e brutale all’occorrenza, disperato ma ironico. Un personaggio che entra nel cuore e nella memoria anche solo con i gesti, le parole e lo sguardo (merito anche del doppiaggio di Luca Ward). Un ruolo per il quale il Nostro pareva esser nato per rivestire e che non implicasse il mero sfoggio della arti marziali, peccato gli sia costato la vita a causa d’uno sgraziato incidente sul set*.

Per un grande protagonista non poteva mancare un grande antagonista, nella fattispecie Top Dollar, incarnato dal canadese Michael Wincott (doppiato da Mario Cordova), a dir poco splendido nella sua malvagità. Un po, bizzarro con quella lunga chioma e l’attitudine da consumata rockstar, ma dannatamente convincente in quanto spietato, fortemente carismatico, freddo e calcolatore (oltre al suo inconfondibile timbro graffiante e baritonale), uno che ottiene sempre ciò che vuole con la forza e senza farsi scrupoli (sia sporcandosi la mani sia mandando avanti altri al posto suo).


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Fra le poche anime pure in questa vicenda troviamo il coscienzioso agente di polizia Albrect, incarnato da un ottimo Ernie Hudson, e Sarah (Rochelle Davis), ragazzina emancipata eppur così innocente a cui spesso Shelly ed Eric facevano da baby sitters. Entrambi costretti a convivere con il disagio ed il marcio che li circonda, li inghiotte e li risputa [il primo deve fare ogni giorno i conti col rimpianto del divorzio e delle efferate ingiustizie alle quali assiste e non sempre riesce a risolvere / la seconda lottare contro la solitudine e la desolazione nella quale vive, causata anche dall’assenza della madre, spesso impotente, depressa e strafatta, quado sono i figli a doversi prendere cura dei propri genitori ed essere più forti dove questi non riescono ad essere] ma nonostante tutto non smarriscono le proprie speranze ed integrità.

Fra gli altri insostituibili comprimari troviamo T-Bird (egregiamente interpretato da David Patrick Kelly: attore feticcio di Walter Hill, musicista, artista marziale, attivo anche in teatro), scaltro e violento capoccia degli sgherri di Top Dollar dalla forte presenza scenica e dalle battute pronte, e Myca (i cui panni vengono rivestiti alla grande da Bai Ling, doppiata da Giuppy Izzo), conturbante e sensitiva sorella (?)/confidente/concubina di Top Dollar.


La regia dell’allora ex-videoclipparo Alex Proyas è efficace e visionaria, fieramente estranea alle mode o alle tendenze eppur così sofisticata e ben confezionata da trascendere lo scorrere degli anni, gestendo con mano sicura ed estremamente bilanciata i ritmi e cambi di tempo (tra scene d’azione adrenaliniche e liberatorie ed attimi di quiete che mantengono incollati alla sedia), così come lo studio dei personaggi, l’uso sapiente delle inquadrature e piani sequenza.


Un gioco fondamentale viene fornito anche dalla fotografia, che viene filtrata/desaturata apposta per rendere più dense le tonalità scure (eliminando i toni caldi, tranne che per i flasback dove prevale una colorazione crimisi), conferendo alla città dove la storia si svolge un maggior senso di sporcizia, pesante umidità e disperazione.


Peccato che dopo questa pellicola e dopo il meraviglioso ma sottovalutato “Dark City” (ad oggi il suo film migliore), non sia riuscito a reinventarsi e si sia un po' perso con alcuni titoli non particolarmente entusiasmanti o con la stessa cura/inventiva/efficacia/intensità dei suoi tempi migliori;

Fondamentale poi si rivela il comparto musicale in quanto la sua presenza diviene parte integrante insostituibile della vicenda e delle azioni che vengono compiute, con gli evocativi temi curati da Graeme Revell [successivamente compositore di “Strange Days” e della trilogia su “Riddick”], fra i quali spiccano lo struggente e misterioso tema portante (tra il Sinfonico, il Gotico, l’Industriale e la New Wave) e la sospesa, commovente ma trionfante “It Can’t Rain all the Time” cantata da Jane Siberry.


Per non parlare dei pezzi sviluppati ad hoc dai diversi gruppi che andavano in voga negli anni 90 tra: i Cure con l’epica e dissonante “Burn”, i Nine Inch Nails che ripropongono i Joy Division (non a caso fra i gruppi che maggiormente ispirarono O’Barr nella creazione della propria opera) con una versione ancor più incalzante e ferina di “Dead Souls”, gli Stone Temple Pilots con la bluesata “Big Empty”, gli Helmet con la graffiante e stradaiola “Milquetoast”, la Rollins Band con la catartica e minacciosa “Ghost Rider”.


Vi è poi una sfuriata Hardcore targata Pantera, i Rage Against the Machine con l’ibrida e cadenzata “Darkness”, i Jesus and Mary Chain con la suggestiva e sognante “Snakedriver”, i Medicine con “Time Baby III”, i My Life with the Thrill Kill Kult con la selvaggia ed alienante “After the Flesh”, i Violent Femmes con un malinconico Grunge acustico e i Machines of Loving Grace con un pezzo notturno, funereo ed avvolgente; *CAUSA decesso di Brandon Lee: nei film, le armi da fuoco vengono preparate secondo due modalità in base alle necessità: con i proiettili dummies (pallottole ad uso estetico/scenografico prive della polvere da sparo) o a salve ma con una maggior quantità di polvere da sparo rispetto ad un’arma vera, proprio per rendere più spettacolari ed esasperate le esplosioni ed il fragore degli spari.


A quanto pare un proiettile dummy montato malamente su una pistola si spaccò ed un pezzo rimase incastrato dentro la canna. Il mastro d’arme quel giorno era assente e la produzione senza saperlo e per risparmiare sui tempi portò l’arma in questione sul set senza controllarla e caricandola con della polvere da sparo. La scena nella quale l’oggetto fu utilizzato era quella nella quale Eric (non ancora risorto) veniva freddato da uno dei sicari di Top Dollar (per la precisione Funboy, interpretato dal recentemente scomparso Michael Massee, che in seguito all’incidente cadde in depressione e faticò un po' a trovare altri ruoli negli anni successivi).


Lo scoppio del colpo fu così forte che oltre a frantumare la pistola, trapassò l’addome di Brandon Lee che non si rialzò da terra e nel giro di pochi minuti morì. Aveva solo 28 anni, al termine delle riprese di questo film si sarebbe dovuto sposare e poco dopo avrebbe dovuto interpretare Neo, protagonista di quella che sarebbe poi divenuta la fortunata e rivoluzionaria trilogia di “Matrix” (benché proprio con “Il Corvo” volesse per un certo periodo distaccarsi dal cinema delle arti marziali per potersi concentrare di più sulla recitazione che sul solo menare le mani, lo script della suddetta opera degli allora fratelli <ora sorelle> Wachowski lo intrigava).


Le riprese furono completate con l’ausilio di controfigure (fra i quali Chad Stahelski, allora vecchio amico di Brandon e stuntman, successivamente arrivato al successo dirigendo la trilogia su “John Wick” dopo una lunga esperienza come 2nd unit director e coreografo/coordinatore, assieme al altrettanto brillante collega David Leitch) e le immagini digitalizzate del defunto attore.


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CONCLUSIONI: Più che un film maledetto, in quanto unico ed irripetibile per come fu realizzato e per come ogni tassello s’incastrò così bene da renderlo il cult che tutti conoscono, o l’ultima immensa prova d’un promettente attore, “Il Corvo” è una delle più belle dichiarazioni d’amore che siano mai state scritte proprio perché fu scritta in un momento drammatico che va ben oltre le parole o l’increscioso susseguirsi di eventi (la morte della propria persona amata e il bombardamento passivo d’ingiustizie e tragedie a cui veniamo sottoposti ogni stramaledetto giorno).


Certe cose quando accadono e ci toccano così sul personale, ci trasformano in disperati mostri sottopelle, mascherati da una pesante facciata di normalità, fin tanto che non troveremo il modo di esorcizzarci da essi e fin tanto che non troveremo delle nuove ragioni per le quali andare avanti. Non possiamo vivere nel passato o nei soli ricordi o fantasticare su ciò ce sarà o sarebbe potuto essere senza pensare al presente ma possiamo far sì che chi ci ha lasciato non muoia mai fin tanto che lo abbiamo amato e fin tanto che i momenti e le relazioni che si sono create li/le serberemo nei nostri cuori, rendendoli così eterni. Fin tanto che non verrà il giorno che non ci ricongiungeremo a loro.


E così, come guidato da un furore divino, James O’Barr scarabocchiò come un pittore impazzito quello che divenne l’intensa graphic novel che poi avrebbe ispirato questo film. Cercando di creare una giustizia quando questa non c’era. E nonostante l’ulteriore tragedia che si abbatté su quel set, un ancor più disperato O’Barr scoprii un’altra cosa importante: Il Perdono è per chi perdona. Lui ed il suo personaggio si sono dovuti perdonare a vicenda per poter andare avanti e per poter estendere il loro messaggio di amore, speranza e redenzione alle genti (il 1° per non aver salvato la ragazza che amò in gioventù per la quale si dava la colpa, nonostante la causa fosse stato un’incidente e non vi era nulla che potesse fare per impedirlo, il 2° per aver condotto alla morte un giovane artista nel fiore dei suoi anni e della propria carriera, proprio durante la rappresentazione del dolore e della rinascita del suo autore).

Dato che non sappiamo né quando né come moriremo spesso siamo tenuti a pensare alla vita come un pozzo inesauribile, eppure un certo tipo di cose accade in un numero limitato di volte e in alcune delle quali non ce ne rendiamo conto proprio perché ci paiono senza limite. Ma è quando si perde qualcosa/qualcuno o quando si giunge ad una qualche svolta (positiva o negativa) della propria vita che ci si rende conto di quante cose vengano date per scontate e d’allora che le si vedrà con un nuovo punto di vista. La stessa cosa accade al protagonista, poiché tornato dalla morte si rende conto di quanto sia fondamentale ogni momento della sua nuova vita e che cosa possa farci fin tanto che porta a termine la sua personale crociata.

Va detto che il fumetto ed il film sono molto diversi su certi aspetti e derive ma possiamo considerarli come due opere distinte d’egual valore e con le stesse finalità. E con un messaggio universale che si manterrà attuale anche a distanza d’anni. “Gli edifici vanno a fuoco, le persone soffrono e muoiono ma il VERO amore vivrà per sempre e la giustizia (se veramente si crede in essa e davvero si vogliono risolvere le cose) in un modo nell’altro si compirà. Non può piovere per sempre”.

VOTO: 9+

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