Il PATTO dei LUPI - (2001) di Christophe Gans

Aggiornamento: 28 ott

Panico, Sangue, Intrighi e Mazzate sullo sfondo della Francia Settecentesca


La TRAMA È Semplice: siamo nel 1764, il cavaliere libertino Grégoire De Fronsac e la sua guardia del corpo irochese Mani, vengono inviati dal sovrano Luigi XV nelle campagne francesi per scovare ed abbattere una grossa e violenta bestia non identificata che in soli 3 anni ha mietuto più di 100 vittime (tra abitanti e bestiame). Durante la loro permanenza fanno la conoscenza della nobile Marianne De Morangias, del suo ostile fratello Jean-François (un tempo cacciatore e viaggiatore finché non perse un braccio in Africa) e di Sylvia (conturbante spia che si finge una prostituta).


Man mano che le indagini procedono, scoprono che gli attacchi della bestia non sono casuali ma bensì guidati da qualcuno. La faccenda si farà più seria del previsto e quelle che sembrano delle aggressioni pilotate, si riveleranno far parte di una cospirazione molto più ampia ed insidiosa.


ANALISI + CONSIDERAZIONI: siamo agli albori del Nuovo Millennio e sulla scia di quanto fatto durante gli anni 90 da Luc Besson e Jeunet & Caro, anche l’ex-critico Christophe Gans non poteva tirarsi indietro dal mantenere alta la bandiera del cinema di genere europeo.


Dopo l’antologico “Necronomicon” (ideato da Brian Yuzna) e il cine-manga “Crying Freeman”, l'occasione finalmente gli si presenta con un action avventuroso dalle forti connotazioni orrorifiche ambientato a metà ‘700 ed ispirato ai sanguinolenti fatti realmente accaduti causati dalla misteriosa “Bestia del Gévaudan”. Il risultato fu uno stiloso e solidissimo film d’intrattenimento con le facce azzeccate per i ruoli assegnati, la narrazione semplice ma dannatamente efficace, il ritmo giusto e il giusto dosaggio di suspense, splatter ed erotismo.


Gans trae profondamente ispirazione dai maestri italiani quali Antonio Margheriti, Mario Bava, Riccardo Freda, Dario Argento e allo stesso tempo guarda agli action hongkonghesi di Tsui Hark e John Woo come ad alcuni colpi d’occhio derivati dal Pulp (soprattutto nelle scene ambientate in spazi chiusi affollati) e dal cappa-e-spada. Vi aggiunge un pizzico di gotico Burton-iano e invischia pure qualcosina della massoneria ma non essenso un regista d’attori è più interessato alla resa estetica complessiva della pellicola e alla resa tecnica delle performances affinché siano coerenti con i toni e i contenuti della pellicola. Ad impreziosire il tutto, lo spirito e il respiro europeo di base.


Seppur il contributo degli interpreti sia accessorio, non brillino per ironia od umorismo e la loro profondità sia abbastanza approssimata, i personaggi rendono alla grande. Samuel Le Bihan [doppiato da Francesco Prando] è perfetto per il protagonista libertino e in più momenti dimostrerà il suo valore (soprattutto nella resa dei conti finale). Mentre il lott-attore hawaiiano Mark Dacascos (già complice di Gans ai tempi di “Crying Freeman”) funziona magnificamente su Mani [venendo doppiato da Riccardo Niseem Onorato], gli conferisce un fascino nobile e misterioso e il regista non si fa problemi a concedergli di brillare in acrobatici assoli di mazzate per la gioia di tutti.


Emilie Dequenne è davvero deliziosa [merito anche della voce di Georgia Lepore] anche se poteva essere sfruttata ancor di più (ma non ci si può lamentare); Vincent Cassell [perfettamente doppiato da Roberto Pedicini] con i suoi lineamenti affilati e lo sguardo penetrante è azzeccatissimo per colui che si rivelerà esser il personaggio più squallido e machiavellico dell’opera (con tanto di pulsioni incestuose verso la sorella); Monica Bellucci <allora moglie di Cassell> non sfigura affatto nei panni di Sylvia ed è conturbante e sfaccettata quanto serve…peccato però che le permettano di doppiarsi in italiano <sigh> e l’allora giovane Jérémie Rénier è un convincente aiutante dei due protagonisti.


Quanto al design grottesco e repellente della creatura, vera e propria portatrice della componente horror del film, per quanto accattivante purtroppo è minato da una CGI non proprio impeccabile e forse gli è stato dato più minutaggio del dovuto una volta che finalmente viene mostrato in tutta la sua essenza. Quando poi una delle regole fondamentali per ogni buon antagonista mostruoso cinematografico è quello di farlo apparire il meno possibile. Soprattutto se il budget non permette una maggior cura e qualità dei vfx <meno si mostra per intero e meno compare, migliore sarà il suo impatto>.


Ma nonostante tutto, il film è una goduria e forse difficilmente si sarebbe potuto chiedere di meglio. 2 ore e 20 che volano senza mai pesare. Seppur a livello di effetti speciali senta un po i suoi 18-19 anni, resta ancora una visione piacevolissima che non annoia, con il suo affascinante connubio tra eleganza e tamarraggine post-moderna.

VOTO: 7/8 


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