Il QUINTO ELEMENTO - (1997) di Luc Besson

Aggiornamento: 15 mag

Una colorata e frizzante Space-Opera francese direttamente dagli anni '90


TRAMA: sistema solare/pianeta terra, anno 2259, il Male Supremo [sotto forma d'un immensa massa semi-solida, infuocata ed oscura] si appresta a cancellare il nostro mondo (e qualsiasi altro globo nelle immediate vicinanze) come predetto secoli prima (nel 1914), secondo un'antica profezia geriglifica. Sfiga vuole che l'unica entità in grado di debellarlo una volta per tutte (il Quinto Elemento, un'entità aliena semi-divina dalla forma sarcofagea), venga distrutta mentre si apprestava a giungere sul nostro pianeta, da dei bellicosi sicari dalle fattezze canine al soldo d'un losco mercante d'armi.


Fortunatamente un frammento della reliquia aliena sopravvive all'attacco e dal suo materiale genetico viene fatta nascere una "reincarnazione" femminile che una volta risvegliatasi, non avendo totale memoria e conoscenza di quanto accaduto, scappa dal Laboratorio dalla quale era stata ri-costruita e s'imbatte nel virile autista di taxi (nonché ex-militare) Korben Dallas.


Con il suo aiuto e il supporto d'un prete para-governativo (la cui eredità da secoli era proprio quella di servire e proteggere l'Essere Supremo qualora il Male si fosse presentato), dovrà cercare e riunire gli altri 4 elementi (in forma di pietre) e sventare la minaccia imminente.


CAST/REGIA/TECNICI:

Nei sensuali (e succinti) panni del Quinto Elemento (con tanto d'inconfondibile taglio a caschetto scarlatto), auto-ribatezzatasi: Leeloominaï Lekatariba Lamina-Tchaï Ekbat De Sebat [evvai ce l'ho fatta a scrivere tutta sta pappardella!] più semplicemente ‘Leloo’, troviamo un'allora poco più che ventenne Milla Jovovich in quel ruolo che praticamente l'ha consacrata nell'immaginario collettivo <prim'ancora della tamarrissima saga di "Resident Evil">.


Così giovane ma già capacissima di bucare lo schermo con il solo sguardo, mettendoci anima e corpo nel incarnare un personaggio infinitamente potente quanto fragile ed innocente nell'animo. Risultando semplicemente perfetta od ogni singola inquadratura, oltre a costituire il cuore pulsante di tutta la pellicola.


Per una protagonista talmente simbolica non si poteva che scegliere un volto/un nome/un corpo altrettanto iconico sin dal 1°istante, ossia: il tassista/ex-militare Korben Dallas interpretato da Bruce Willis, che incarna (come sempre egregiamente) quel personaggio ormai ricorrente di buona parte della sua filmografia: il duro dal cuore d'oro, vagamente burbero e spaccone, pressoché irriducibile quando si tratta di risolvere i problemi menando le mani o andandoci giù con fughe e sparatorie ma allo stesso tempo bonariamente incapace di mantenere uno stile di vita equilibrato, un lavoro fisso che duri nel tempo, una relazione stabile o un po di tranquillità, il tutto risultando irresistibile con quel ciuffo ossigenato e la canotta forata arancione.


Come spassosi sono i suoi diverbi con la madre al telefono come il modo in cui si rapporta con tutti gli altri personaggi.


Se i due nomi menzionati già da soli non bastassero a giustificare la visione d'un film simile, aggiungiamoci un villain sopra le righe di nome Jean-Baptise Emanuel Zorg <pronunciatelo alla francese, mi raccomando> interpretato da un Gary Oldman al solito in bomba. Che presenti un'arma da distruzione di massa o illustri la sua distorta visione della vita sembra di sentir parlare nello stesso momento un diavolo tentatore ed un presentatore delle tele-vendite. Ma anche avvezzo a solenni figuracce quando vuol fare lo sborone più di quanto non gli convenga.


Passando poi per lo stiloso e volutamente odioso dj/presentatore Ruby Rhod interpretato da un Chris Tucker a dir poco spaziale. Con la sua vocetta spacca-vetri, le sue nevrosi, la sue capigliture ed outfits improbabili, il tutto coronato da una verve trascinante anche quando si fa insopportabile...impossibile resistergli.


Proseguendo con le spalle semi-comiche [ma quasi nessuno in questo film è mai totalmente serio] della vicenda, quali: il Prete Vito Cornelius incarnato alla perfezione dal buonanima Ian Holm (premuroso e gentile ma determinatissimo) ed il suo imbranato aiutante Dave; il presidente Lindberg (1°presidente di colore mai apparso sul grande schermo) ed il Generale Munro [che si fa mettere piacevolmente alla berlina quando si fa scappare Leloo o quando cerca di arruolare Korben o di giustificarne l'operato], senza contare poi la gustosa presenza del Tricky (genietto del Trip-Hop) nei panni del poco competente braccio destro di Zorg.


Arrivando infine ad un altro personaggio esteticamente iconico della pellicola, quale la cantate lirica aliena (nonché custode dei manufatti rappresentanti i 4 elementi) Plava Laguna, interpretata sotto strati di make-up e lattice dalla giovanissima Maiween Le Besco (allora compagna del regista), poco più di 5 minuti in cui è in scena ma non ce la si dimentica più. Per finire con i bellicosi mercenari alieni Mengalor e i pacifici quanto misteriosi e voluminosi Mondoshawan.


Quanto all’artefice di tutto ciò, lo stra-menzionato Luc Besson, lo troviamo davvero in stato di grazia, al suo massimo come cineasta (probabilmente il suo ultimo acuto dopo il quale, a partire dalla sguaiata rilettura di Jeanne d'Arc, si ritroverà, e tuttora si trova, in una fase autoriale altalenante) tra montaggi serratissimi, ritmo a palate, generose deflagrazioni, repentini cambi di tono alternati momenti di quiete e spiegoni che non appesantiscono mai scorronendo senza spezzare l'andamento generale o l'attenzione.

Conducendo il tutto in modo sublime ed equilibrato, facendo trasparire tutta la passione, l'impegno e l'entusiasmo nel realizzare un progetto coccolato fin dall'adolescenza (vent'anni dopo coronerà un'altro sogno d'infanzia a lungo perseguito: "Valérian"), dimostrandosi uno dei filmakers più audaci di sempre (soprattutto se pensiamo al budget faraonico impiegato per una produzione non hollywood-iana).


A fare da perfetto contraltare (quasi come se fosse un vice-regista) a quanto imbastito da Luc, ci pensa il fedele compositore Eric Serra, che a sua volta spinge al massimo su quelli che sono i tratti distintivi del proprio operato e li amplia: ancora più synth ed elettronica e ancora più influssi dalla World Music, merito anche della disposizione d'un orchestra vera propria (come in "Léon"), aggiungendovi anche qualche spunto Reggae. Scegliendo di far cantare alla Soprano che doppia la cantante aliena di Maiween "Il Dolce Suono" (roba allucinante da dover interpretare per qualsiasi cantante lirico) ed infine elaborando/eseguendo da sé l'epica ed esotica "Little Light of Love" posta in chiusura nei titoli di coda.


A supportare e dare forma fisica all'immaginazione del regista francese, oltre alla fotografia di Thierry Arbogast ad immortalare i colori saturi ed accesi della pellicola, ci pensano nientemeno che lo stilista Jean-Paul Gautierre per i costumi e i 2 fumettisti Moebius e Jean-Claude Mézières.


CONCLUSIONI: forte del successo di svariati suoi lavori precedenti, il pacato ma energico regista francese si butta con coraggio (anche perché in certe scene dove si è fatto un largo uso delle esplosioni per poco non ci rimaneva), astuzia, passione, gusto estetico e motivazione tirando fuori uno spettacolare action-comedy fantascientifico destinato a far scuola e rimanere impresso nella immaginario.


Dove ogni singola cosa (dalle inquadrature, alle scenografie, i colori, gli attori, le musiche, gli effetti, le ambientazioni, i costumi, i toni...) è esattamente dove dev'essere e ha il suo spazio. Un'opera unica ed irripetibile anche nel suo citazionismo.


Una vera sorpresa per i suoi tempi e tutt'ora risulta invecchiato benissimo (senza aver perso un minimo del suo fascino, persino l'artigianato dietro una simile operazione mette di buon umore). E nonostante le tonnellate di ritmo, divertimento, azione esplosiva ed soluzioni visive, non si fa problemi a scoccare qualche frecciata al consumismo e all'idiozia militare-governativa, per poi virare sui buoni sentimenti di caratura universale che in mano ad altri sarebbero risultati stucchevoli (L'AMORE e LA VITA).


E decide ogni tanto di spezzare il ritmo con due momenti di pura bellezza ed estasi emotiva: la sorpresa quasi impaurita di Leloo nel ritrovarsi per la prima volta un mondo iper-tecnologico e affollato a lei completamente sconosciuto; il suo sgomento disperato quando apprende delle atrocità che l'umanità compie su sé stessa con la guerra; passando per lo stupore (e l'impotenza) davanti all'esibizione della cantante aliena.


Nella sua fantasia citazionista e nella sua semplicità tematica, una di quelle esperienze visive-narrative senza prezzo che perdura con lo scorrere del tempo. 126 minuti che scorrono liberi e spensierati come la mente che li ha scritti.

VOTO: 8+


#MillaJovovich #BruceWillis


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