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KUBO & The TWO STRINGS - (2016) di Travis Knight [Laika Entertainment]

I look at you all

See the love there that's sleeping, while my guitar gently weeps

I look at the floor

And I see it needs sweeping, still my guitar gently weeps


La TRAMA: Siamo in tranquillo villaggio del Giappone Feudale. Kubo è un umile ragazzino privo di un’occhio che abita con la sempre più debilitata madre in una montagna poco distante e che per guadagnarsi da vivere fa il menestrello.


Grazie ad un particolare potere da ella ereditato è in grado di animare gli origami di carta con i quali è solito trasporre ciò che racconta mentre a accompagna il tutto suonando.


Un giorno, trattenendosi più del dovuto nel villaggio, viene sgamato dalle inquietanti sorelle della madre. Due streghe mascherate [entrambe doppiate da Rooney Mara, da noi Domitilla D’Amico] che da anni lo stavano cercando per portarlo al cospetto del nonno (il Re Luna) perché questi possa appropriarsi anche l’altro suo occhio, così da renderlo cieco come lui.


Il sacrificio della madre giunta in soccorso, permette a Kubo di scappare e di trovare l’aiuto di una Scimmia albina parlante (animale totemico della madre) [in originale una tostissima quanto materna Charlize Theron, da noi Chiara Colizzi] e di uno Scarabeo-Samurai privo di memoria [un divertito Matthew McCounaghey, da noi Neri Marcoré] che avranno il compito di istruirlo sulla natura del proprio potere e ritrovare i pezzi di un’armatura leggendaria che si dice essere l’unica arma con la quale poter contrastare suo Nonno/Re Luna [Ralph Fienness in originale, da noi Stefano Benassi] e fermarlo una volta per tutte, anche per impedirgli di nuocere agli altri esseri umani che ritiene futili ed inferiori.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: Dopo 3 film [Coraline, BoxTrolls e ParaNorman] in 11 anni d’attività e grazie alla benevolenza di critica e pubblico acquisita nel tempo, la LAIKA non ha alcuna intenzione di fermarsi, portando sempre più avanti lo sviluppo e la realizzazione di titoli d’animazione in stop-motion dalla forte componente narrativa e la costante sperimentazione visiva.


Dopo 3 titoli dalle forti connotazioni TimBurton-iane (propensioni orrorifiche, personaggi outsiders che mal sopportano l’ordinario, strane creature, avventure anormali in contesti quotidiani di piccole città) venne così il giorno della 4^fatica. Della regia se ne sarebbe occupo il co-fondatore della compagnia, nonché produttore esecutivo di tutti i titoli realizzati fino ad allora, Travis Knight, che nel frattempo aveva sempre dato una mano come animatore addizionale e consulente creativo, che, ingaggiando lo sceneggiatore Shannon Tindle (già storyboarder e character-designer di “Coraline”), scelse di optare per un maggior respiro epico e guardare al folklore asiatico come principale modello d’ispirazione.


E così fu Kubo, ad oggi probabilmente il miglior film di questa casa di produzione. Knight dà vita e imprime su celluloide lo script di Tindle con una forza visiva notevole, una cura maniacale d’ogni singolo dettaglio e un gran gusto per la narrazione quanto per la messa in scena, tra affascinanti pupazzi dai tratti squadrati, scenari e fondali maestosi, deliziose colorazioni a pastello, abbondanze di costruzioni, sequenze d’azione fluide e ben dirette.


Ogni cosa e ogni personaggio risultano perfettamente tangibili, con un proprio peso/consistenza/densità, e l’intensità mimica-espressiva di questi ha dell’incredibile. L’animazione digitale viene sapientemente impiegata per arricchire, esaltare e snellire il lavoro; donare maggior fluidità all’animazione e ideare soluzioni fino ad allora inedite od impensabili per la stop-motion.


Mentre le musiche di Dario Marianelli [V for Vendetta, i Fratelli Grimm di Terry Gilliam, Agora, Jane Eyre, Everest, L’Ora Più Buia, Bumblebee e il Pinocchio di Garrone] non fanno altro che potenziare l’artigianato, la forza visivo-narrativa e il pathos che traspare dal racconto quanto dai personaggi (tutti perfettamente caratterizzati) e le loro azioni, con tanto di abbellimenti sinfonici con lo shamisen.


Si potrebbe stare ore a contemplare la grande bellezza e la scienza dietro lo spettacolo che Knight ha imbastito, la bellezza dei combattimenti, di quanti richiami ci siano a Kurosawa e Miyazaki e di come alcuni colpi di scena (alcuni intuibili) siano ben assestati ma ciò che dà ancor di più cuore, anima e consistenza ai personaggi e alla storia sta nei concetti che veicola e la lente filosofica orientale con la quale ha scelto di affrontarli e filtrarli. Nobilitando così il tipico viaggio di crescita, apprendimento ed affermazione del protagonista.


Egli tenta di definire e codificare i concetti di famiglia e tradizione che purtroppo non ha avuto modo di sperimentare a causa della mancanza di una figura paterna, di una figura materna più rassicurante e protettiva (seppur l’amore della madre non gli sia mai venuta a mancare), l’incoscienza circa le proprie radici, la necessità che lo spingere ad essere un uomo prima del previsto e le tradizioni spiritualiste delle genti che popolano il villaggio nel quale si esibisce e con i quali interagisce. Ma non solo, dovrà confrontarsi con il proprio scomodo retaggio (qualcosa che non ha chiesto e del quale non ha colpa), assimilare un simile peso e le perdite subite per poter comprendere dove poter trovare la guarigione e il riscatto.


Tutto ciò viene trattato con sensibilità e garbo, riuscendo a comunicare con efficacia ad un pubblico di tutte le età e condurre le conoscenze dei più giovani verso l’età della ragione e dell’indipendenza (oltre all’intraprendenza), proprio come se ognuno di loro fosse tale e quale al protagonista.


Persino la morte e la mortalità vengono affrontati in maniera poetica. La perfezione dell’Infinto, dello strapotere e di tutto ciò che è sconfinato è un oppio al quale aspirano le malevole divinità piuttosto che da comuni mortali amanti di cose date per apparentemente semplici o impossibili da dover per forza spiegare.


Affrontando con uno sguardo quasi Arisotelico temi piuttosto ricorrenti e non proprio nuovi quali: la memoria, i legami e i ricordi. I ricordi sono frammenti del passato senza i quali non potremmo costruire un futuro né creare ponti con chi verrà dopo di Noi, né istruirli ad essere migliori o a non compiere gli sbagli del passato.


La memoria è anche il frutto delle azioni che si sono verificate in passato. Non avere legami né ricordi non rende veramente liberi, semmai si rischia di scordarsi di sé stessi, ciò che si è fatto e perché lo si è fatto. Chi è libero talvolta è proprio colui che ha più “obblighi” verso gli altri, verso i luoghi, alcuni elementi e sé stessi.


Legami e relazioni che si creano, che sono stati creati o si creeranno, alcuni potrebbero perdersi ma altri resteranno, porteranno a più cose e ci definiranno. E questi nulla potrà scinderli o scalfirli fintanto che se ne avrà ancora memoria. E sarà grazie a questi principi che si possono trovare alternative, nuovi sentieri e compiere veri atti liberatori non solo individuali (anche perché sono atti che possono toccare e unificare più persone).


Certo non sarà tutto oro ciò che luccica: qualche lieve buca in fase di scrittura si avverte e qualche passaggio e alcuni rapporti potevano essere sviluppati meglio, però riescono a non intaccare tanto.


In conclusione: “Kubo & the Two Strings” è un Blockbuster in stop-motion  che riesce a trasmettere l’epica e concetti profondi con una sensibilità, una maturità <il finale per quanto rinfrancante non è esattamente il tipico happy-ending american-style al quale siamo abituati>, un sapore inedito e un’identità che molte case di produzione animate occidentali più blasonate stanno progressivamente perdendo.


E vista l’evoluzione costante e la qualità che sta dimostrando di film in film (poco a poco intende ampliarsi anche al formato live-action con la trasposizione del romanzo thriller-action "Seventeen"), non si può che augurare il meglio alla LAIKA di Knight & soci e confidare che tornino a stupirci ad ogni progetto che intendano proporre (aspettando "Wildwood" e "The Night Gardener").

VOTO: 8+


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