KUNG FUSION di e con Stephen Chow – 2005 (in Italia)

Di Genio e Sregolatezza, d’insospettabile Sentimento e Felice Assurdità


TRAMONA: Shangai, fine o metà degli anni 30, imperversano le guerre fra bande con la "Gang delle Asce" in testa, che cerca di predominare su tutte le altre e fare il bello e cattivo tempo fra le strade.


A resistergli vi è un piccolo e povero villaggio denominato "Baia dei Porci", protetto da 3 bizzarri maestri di Kung Fu, e gestito da un'irascibile casalinga e dal suo spensierato marito donnaiolo. In mezzo a tutto ciò, lo scapestrato protagonista Sing (seguito dal suo fedele ed imbranato socio) cerca in tutti i modi di entrare a far parte della criminalità organizzata per poter ascendere e conquistare fama/potere/ricchezza e rispetto, ma i tentativi sono vani e portano ad esiti tragicomici.


Dopo che la gang, avendo assoldato 2 sicari dalle tecniche musicali, riesce ad eliminare i 3 maestri, i 2 padroni di casa decidono di scendere in campo e menare le mani anche loro (anch’essi sono degli esperti d’arti marziali ritiratisi in seguito ad una tragica perdita). Per spodestarli una volta per tutte, le asce incaricano Sing di far evadere dal manicomio un pericolosissimo quanto atipico lottatore di arti marziali chiamato "Il Diavolo".


Seguiranno altre botte da orbi ma ad un certo punto sarà proprio Sing, in seguito ad un'epifania data dall'incontro con un'innocente figura proveniente dal suo passato, a dover rimettere a posto le cose, riportare l'ordine e lottare per ciò ch'è giusto.

CAST/REGIA/TECNICI: Partendo subito dal protagonista, Sing (interpretato dallo stesso Stephen Chow) altro non è che uno squattrinato e sedicente ladruncolo cresciuto nella periferia, amante delle arti marziali fin da bambino, che a causa dei bulli e dalla sua incapacità a proteggere gli innocenti, sceglie la via del crimine per potersi affermare (con esiti altrettanto infelici). Una maschera tragi-comica e buffona in stile slapstick capace anche di grande introspezione e melancolia. Un cuore inaridito dall'amarezza e dalla perdita dell'innocenza ma che non è mai davvero divenuto pietra e quando il passato tornerà a bussare alle porte della sua coscienza, comincerà il riscatto e la vera ascesa verso qualcosa di più alto ed impensabile.


Se dal lato recitativo il Nostro se la cava alla grande, sul lato registico ci dà dentro ancora di più, scavando ed ibridando fra generi, sfogando il proprio estro creativo in mirabolanti scene d'azione (splendidamente coreografate nella loro assurdità), trovate cartoonesche, richiami all'iconografia buddista (il famoso palmo purificatore del Buddha, tema ricorrente nella poetica autoriale di questo filmaker); citazionismo; un uso intelligente e creativo dell'impianto effettistico e comicità demenziale. Divertendo ed avvincendo con astuzia fino a prendere delle derive commoventi e riflessive inaspettate per un simile contesto, riuscendo a stupire a più riprese.

Tra le altre grandi figure che s'incontreranno nello svolgimento della storia val la pena ricordare i 2 strani coniugi esperti di Kung Fu [incazzosa, dittatoriale e portatrice della "sacra tecnica" dell'urlo tonante Lei (più fuma e più è devastante il raggio d'azione del suo attacco) / frivolo, pacato, strampalato ed imprevedibile Lui] e i 2 capoccia della Gang delle Asce [l'elegante ed apparentemente intimidatorio Sang ed il suo nevrotico Vicario], passando poi per il vero antagonista della vicenda, il bizzarro "Diavolo della Nuvola di Fuoco": apparentemente innocuo e stravagante nella sua tenuta in mutandoni e canotta, ma cattivo come pochi, sleale, potentissimo ed apparentemente indistruttibile <insomma un Diavolaccio di nome e di fatto>.

La fotografia ed il montaggio mescolano mirabilmente i toni del gangster movie asiatico con i grandi classici (sia gli old-school che i più recenti) dei film d'arti marziali e del Wuxiapian, sfociando nell'estetica stilizzata degli anime fino alla comicità rocambolesca tipica dei Looney Tunes, senza farsi mancare qualche virata sorprendente [come il richiamo alla cascata di sangue dello "Shining" Kubrickiano, in una delle spassose sequenze sull'evasione del 'Diavolo']. Mentre le musiche orchestrali di Raymond Wong, ora ariose ora incalzanti, compiono egregiamente il loro dovere, arricchendo il tutto (senza essere troppo invasive);

Sul doppiaggio purtroppo tocca stendere un velo pietoso, in quanto al povero direttore/dialoghista Manlio de Angelis [r.i.p.] viene imposto dai piani alti (come per il precedente "Shaolin Soccer" dello stesso Chow) un adattamento che ricalca molto sulle le differenze dialettuali, alimentando la demenzialità del tutto ma snaturandola, impoverendo alcuni significati e rischiando di vanificare alcune svolte drammatiche della storia rappresentata.


Ad ogni modo il direttore ce la mette tutta per non far naufragare il film nella demenza fine a sé stessa alla quale viene costretto e si salvano le performance al leggio dei pur bravi Giovanni "Nanni" Baldini sul protagonista, Massimo Lodolo, Oreste Baldini e Giorgio Lopez e non se la cavano male neppure Caterina Guzzanti sulla 'Capa del Villaggio' e Marco Marzocca in ben 3 ruoli (tra cui quello del villain principale), due grandissimi attori comici dal background teatrale, peccato solo che le loro interpretazioni volutamente dialettali rechino un senso di repulsione all'orecchio degli spettatori. CONSIDERAZIONI FINALI: malgrado un'adattamento italiano discutibile (con la pretesa, da parte delle major, di rendere tutto più sempliciotto, ignorante e masticabile, andando però a banalizzare e storpiare un'opera delirante solo in superficie, ignorando l'intelletto e la cultura degli spettatori stessi), ci si trova davanti ad una delle esperienze più pazze e trascinanti mai apparse sul grande schermo, dove le diverse componenti sono messe al servizio della narrazione, andando a creare qualcosa di inaspettatamente equilibrato ed originale.


E nonostante le gag fulminanti, le citazioni, l'azione non-stop, la commozione che ogni tanto traspare e lo sfoggio grafico/effettistico (piacevolmente farlocco) non mancano temi universali come la disparità sociale, la voglia di riscatto e la redenzione.


Come in tutti i film del cineasta cinese, alla fin fine si parla di individui outsider/borderline che cercano, nel bene e nel male, di sopravvivere alle avversità sociali del quotidiano e trovare il loro posto nel mondo (per quanto piccolo ed umile possa rivelarsi), cercando la grandezza per poi trovarla nelle cose più "insignificanti" o comuni (in questo caso un lecca-lecca, dato da una ragazza muta ed innocente che in gioventù il protagonista non riuscì a difendere dalle angherie).


Un'ora e quaranta che scorre divertendo e coinvolgendo nel migliore dei modi, regalando sorprese, trovando il suo culmine ideale nel lungo scontro finale ed una conclusione poetica.

VOTO: 9

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