L’AVVOCATO DEL DIAVOLO (1997) – Sull’eterna lotta tra Bene e Male



L’Avvocato del Diavolo (The Devil’s Advocate) è un thriller a tinte horror del 1997, diretto da Taylor Hackford (Ufficiale e Gentiluomo e Ray, tra gli altri), ispirato all’omonimo romanzo di Andrew Neiderman e che vede come protagonisti Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron e Connie Nielsen.


Kevin Lomax è un giovane avvocato di provincia, famoso per non aver mai perso una causa. Dopo aver fatto assolvere l’ennesimo colpevole, viene contattato dal potente Studio Milton di New York. Giunto in città con la moglie Mary Ann, Kevin fa la conoscenza dell’affascinante quanto inquietante John Milton, proprietario dello studio, e dei suoi più stretti collaboratori.


Quella che sembrava l’occasione della vita si trasforma ben presto in un incubo ad occhi aperti, nell’inizio della discesa in una spirale di malvagità, alienazione, menzogne, spietata ambizione e morte. L’avvocato infatti è oberato dal lavoro e trascura la moglie, la quale inizia a soffrire di depressione e allucinazioni. La presenza di un’altra donna incrina ulteriormente il rapporto, mentre Milton nasconde inquietanti segreti che verranno lentamente a galla sconvolgendo oltre ogni immaginazione l’esistenza del giovane legale e della sua famiglia.



“Il Libero arbitrio... è una fregatura!”


John Milton scriveva nel suo “Paradiso perduto”: “Meglio regnare all’inferno, che servire in paradiso”. Proprio come nel poema, al centro della storia narrata nel film, v’è l’eterno conflitto tra Bene e Male, le due eterne forze alternative dinanzi alle quali l’uomo si trova costantemente a dover scegliere.


Ne L’Avvocato del Diavolo, ad impersonificare tale condizione dell’esistenza umana è Kevin Lomax, giovane e brillante avvocato di provincia, interpretato da Keanu Reeves, che rende bene il lato rampante del personaggio, capace di non perdere mai una causa e destinato a un grande futuro come legale.


La sua è una vita ai limiti della perfezione: carriera luminosa davanti a sé, madre presente e molto legata al figlio, moglie bellissima ed amorevole… insomma Kevin non potrebbe chiedere nulla di meglio. L’ambizione, però, trabocca dal suo animo vanitoso; perciò egli accetta senza troppi dubbi l’occasione di lavorare presso un prestigioso studio legale di una metropoli per dare un’ulteriore svolta – e in meglio, almeno così crede – alla sua vita.


E’ solo l’inizio di un vero e proprio incubo che, nel corso del film, lo costringe a fare i conti con i sentimenti più oscuri celati nei meandri più profondi dell’animo umano.

Il primo segnale percepibile di una presenza diabolica all’interno del film è dato dalla cupezza della colonna sonora, nella scena in cui, in un bagno del tribunale, Kevin, si rende conto che il cliente che deve difendere dall’accusa di pedofilia, è in realtà colpevole.


In un clima carico di malevola e strisciante tensione, di suadente e perfido erotismo, il film ci conduce poi attraverso i più cupi recessi della società: Kevin difende con successo assassini palesemente colpevoli e la sua continua sete di vittorie gli fa perdere il legame con gli affetti più cari.


Mentre assistiamo alla sua veloce ascesa nel mondo forense, la sua vita va in pezzi.

Mary Ann, che ha trascurato da quando sono arrivati nella Grande Mela - forse la sola persona in grado di legarlo al Bene - è la vittima predestinata del Male che li ha circondati: colpita da allucinazioni (che in realtà sono manifestazioni demoniache miranti a farla impazzire) e privata della possibilità di dare un figlio al marito, Mary Ann è letteralmente fatta a brandelli dagli eventi.


La sua morte e la successiva confessione della madre riportano il protagonista ad uno stato di parziale lucidità: Kevin decide di affrontare suo padre, il Diavolo in persona.

In una scena memorabile per ambientazione e per le interpretazioni degli attori coinvolti, Kevin viene a conoscenza della verità: il Male ha grandi progetti in serbo per lui. Kevin è, infatti, destinato ad essere l’artefice della fine dei giorni, padre di colui il quale porterà dolore e morte, in un regno dell’Inferno in Terra, tra gli uomini.



Il Diavolo, però, non ha fatto i conti con la qualità più grande che Dio ha donato agli uomini: il libero arbitrio. Kevin, solo alla fine, scioglie i suoi dubbi e, pieno di dolore per quanto le persone a lui più care hanno dovuto subire a causa della sua smodata ambizione e delle sue notevoli e ormai irrimediabili mancanze, decide di non cedere alla lusinghe del padre e sceglie il Bene.

Il tutto in un finale che spiazza e rimescola completamente le carte.


Il confronto Bene-Male non si conclude, infatti, come nella più classiche delle storie, ma lascia un finale aperto perché dopotutto se il Bene è forte, il Male ha dalla sua l’arma della seduzione.


“Vanità…decisamente il mio peccato preferito”


Il dilemma di fondo del protagonista, che si dibatte costantemente tra la volontà di riconfermarsi incontrastato principe del foro e quella di “fare la cosa giusta”, è il conflitto che colpisce ogni essere umano, costantemente nel corso del lungo e complicato cammino chiamato esistenza.


Tale conflitto, nel corso della pellicola, ci è dispiegato attraverso uno tra i più classici degli artifici narrativi, una sorta di meccanismo alla “Sliding doors”: prendendo visione delle due alternative possibili, si è assolutamente certi di quale debba essere la strada migliore da percorrere, ma la speranza di un finale felice e rassicurante dura molto poco. Il Diavolo, sarcastico, subdolo e seducente, è infatti sempre dietro l’angolo, in attesa, e, con lui, il suo vasto ventaglio di tentazioni e di peccati con cui blandire e soggiogare l’animo umano.


La strada del Bene, che il protagonista sembra aver imboccato solo poche scene prima, forse non è la sua scelta definitiva… ed è con questo interrogativo che L’avvocato del Diavolo ci lascia, in un finale forte, ma sospeso (sorretto efficacemente da “Paint it black” dei Rolling Stones, n.d.a.) che, comunque, ci invita a riflettere su un tema, quale quello dell’integrità morale, mai anacronistico, sempre attuale, seppur di complicatissima teorizzazione.

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