L’IMPLACABILE (1987) – Distopia o premonizione?



L'implacabile (The Running Man) è un film del 1987 diretto da Paul Michael Glaser e liberamente ispirato al romanzo “L’uomo in fuga” di Stephen King, che lo pubblicò sotto lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1982.


Adattato al grande schermo da Steven E. De Souza (genio della sceneggiatura action, si pensi a films come “48 ore”, “Die Hard” e “Commando”), il film vede la presenza di Arnold Schwarzenegger nel ruolo del protagonista, del lottatore di wrestling (nonché 38° governatore dello stato americano del Minnesota) Jesse “The body” Ventura (che nello stesso anno aveva partecipato con Schwarzenegger al cast di “Predator”) e dell’Hall-of-famer del football americano Jim Brown (visto qualche anno dopo in “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone).


Una profonda recessione ha gettato l’America nella morsa di un regime dittatoriale e totalitario, in cui i media sono strettamente controllati dallo Stato e i cittadini scomodi vengono catturati e sottoposti a torture di varia natura e al lavaggio del cervello.


Ben Richards, poliziotto e pilota di elicotteri, viene ingiustamente condannato ai lavori forzati dopo essersi rifiutato di aprire il fuoco su una folla di civili disarmati e affamati. Viene quindi selezionato come concorrente per il Running Man, il programma televisivo più visto in assoluto, in cui i criminali condannati vengono braccati da un gruppo di assassini, i cosiddetti “Sterminatori”, mentre il pubblico da casa e in studio scommette sulle sorti dei concorrenti in gara.


I premi in palio nel sadico gioco includono persino la grazia (o almeno così viene detto ai malcapitati partecipanti); chi perde viene invece brutalmente ucciso in diretta televisiva.

Nel giro di poche ore, Richards diventa un vero e proprio fenomeno televisivo, anche se non per i motivi previsti dal conduttore di Running Man, Damon Killian, che lo aveva scelto per far crescere ancora di più gli ascolti del programma. Gli infallibili “sterminatori” (il professor Sottozero, Buzzsaw, Fireball e Dynamo), vere superstars dello spettacolo, cadono uno dopo l’altro per mano di Richards e dei suoi compagni, mentre un gruppo armato di combattenti per la libertà riesce a prendere il controllo dell’intera emittente e a trasmettere la rivoluzione in corso in diretta nazionale.


Killian: Qual è la trasmissione televisiva più amata del mondo? - Pubblico: Running Man!!! -Killian: Esatto!!!


Quella descritta ne L’implacabile è una società sicuramente distopica (chiari sono i riferimenti a 1984 di Orwell), ma che tuttavia ha anticipato, per certi versi, quella in cui viviamo oggi.


Oltre al format di Running Man (programma TV nato e sviluppato per tenere calme e blandire le masse, concetto ripreso successivamente anche dalla saga di Hunger Games, n.d.a.), L’Implacabile mostra una serie di particolari che non ci sono senz’altro ignoti, come gli elettrodomestici e le lampade attivate vocalmente (…chi oggi non ha Amazon Echo o Siri in casa?...credo pochi...n.d.a.). La presenza di televisioni ovunque e Infonet (una sorta di rete che ha anticipato di qualche anno la tecnologia di Internet) caratterizzano una società in cui la dittatura passa inevitabilmente per il controllo delle apatiche menti dei cittadini.

Il regime, anche grazie alla sua emittente principale, la ICS, controlla la nazione e la vita delle persone in ogni suo momento, in ogni suo dettaglio, rendendoli sostanzialmente schiavi di una superiore ed invisibile volontà, di un potere tanto oscuro quanto crudele, di una cultura permeata di strisciante e silenzioso terrore.


Il film ci mostra quanto facilmente i media possano essere manipolati ed utilizzati in maniera distorta da chi ne ha il controllo, dandoci anche esempi di quelle che oggi chiameremmo “fake news”. Si pensi a quando Richards si rifiuta di uccidere i manifestanti affamati (in questo caso, le riprese dell’evento vengono manipolate per far sembrare che sia lui il sadico assassino) o a quando viene artatamente creata una sequenza in cui il protagonista – che sta lentamente ed inaspettatamente diventando un idolo della folla – viene ammazzato dallo sterminatore più famoso, Captain Freedom.


Lo spettacolo Running Man è chiaramente una “deviazione folle e sanguinaria” del wrestling e dello sport in generale, ma ciò che mi preme sottolineare è altro. Il film si sofferma in particolare su un dato, con cui speriamo di non dover mai fare concretamente i conti: vale a dire, come le reti televisive possano trarre ingenti profitti da programmi in grado di sobillare le masse ed accenderne gli impulsi più oscuri e crudeli.


Il pubblico, nel film, è infatti un vero e proprio complice e fomentatore della violenza che va in onda. I fans del programma provengono da ogni strato della società: ricchi in giacca e cravatta, giovani facoltosi ed impomatati, nonnine dall’acconciatura retrò, poveri per strada seguono il macabro e cruento spettacolo quasi come fossero degli invasati, facendo spudoratamente il tifo per degli assassini, nella inculcata convinzione che gli sterminatori siano dei veri e propri “portatori di giustizia”, dei moderni cavalieri il cui unico e fondamentale compito è quello di ripulire la società dalla feccia.

Quando Richards, ancora considerato il “cattivo”, uccide il suo primo inseguitore, cala il silenzio tra il pubblico, non tanto a causa dello spargimento di sangue e della violenza cui si è assistito, ma perché uno degli “eroi”, uno dei “buoni” è morto.

Al pubblico, alla fine, interessa relativamente la verità dei fatti.


La popolazione, come inebetita, si nutre costantemente di informazioni e notizie facilmente gestibili e digeribili, da cui trae una specie di malsano conforto. Tutto ciò che comporta uno sforzo di carattere intellettuale, tutto ciò che disturba l’ordinaria e monotona vita di tutti i giorni e spinge le persone a interrogarsi sulla “vera” realtà e sul senso della loro esistenza viene reconditamente combattuto e relegato in un angolo remoto della mente.


La scoperta della verità su Richards e su Killian, a pensarci bene, non fa altro che capovolgere il tifo: prima i “buoni” erano gli inseguitori, ora il “buono” è l’uomo in fuga, la preda. Come già avevano fatto prima, anche ora tutti esultano e applaudono, ma solo per un nuovo ed imprevisto “eroe”.


Niente ci dà la certezza che il regime dispotico al potere sia stato effettivamente rovesciato, alla fine del film; il suo portavoce ufficiale è stato rimosso, nient’altro. Noi rimaniamo nella più totale inconsapevolezza del vero volto e della sorte dell’invisibile e spietato leader del regime, il quale – molto probabilmente – è rimasto al sicuro nelle sue segrete stanze, mentre il pubblico, in visibilio alla vista del corpo di Killian che si infrange contro un cartellone della Coca-Cola, pare più assetato di sangue che mai.


Il pensiero che la rivoluzione abbia avuto successo, in realtà, è solo una supposizione, una speranza che il finale del film alimenta, mandando anche un messaggio alle generazioni future: tutti quanti siamo responsabili, in un modo o nell’altro, per il clima culturale e politico in cui viviamo e non è coltivando la connivenza al male, l’indolenza, la monotonia e soprattutto l’apatia mentale che le cose cambieranno e volgeranno al meglio.


Il cattivo non è tanto (o quantomeno non solo) il deprecabile regime di orwelliana memoria, né gli spietati sterminatori, né il subdolo portavoce della dittatura; il vero cattivo, alla fine, siamo noi.

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