La CITTÀ PERDUTA - (1995) di Jean-Pierre Jeunet & Marc Caro

La preziosa opera 2^di un duo registico mai abbastanza celebrato: una delle migliori pellicole steam-punk che vi capiterà di vedere



TRAMA: la storia si svolge in una fatiscente città portuale fuori dal tempo e viene introdotta da Irvin, un cervello parlante in un’acquario <nell’edizione italiana ha la voce del magnifico Oreste Lionello, buonanima>. Vede uno strano individuo di nome Krank, generato da un defunto scienziato impossibilitato ad avere eredi, abitante di una piattaforma in mezzo al mare e intenzionato ad essere la forma di vita più intelligente al mondo. Sfortunatamente è affetto da una malattia che lo fa invecchiare precocemente e gli impedisce di sognare. Ingaggia così i cloni dello stesso che lo creò affinché rapiscano dei bambini ai quali egli riesca ad estrapolare i sogni per potersi curare, ma questi spaventati finiscono per sognare solo incubi.


Gli unici in grado di fermare tali sequestri e sparizioni sono Miette, orfana e leader d’una baby-gang, e One, un’omaccione dall’indole bonaria e sempliciotta che si guadagna da vivere come fenomeno da baraccone forzuto e al quale Krank ha fatto rapire il fratellino del quale si prende cura.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: Dopo il folgorante e fortunato esordio di “Delicatessen”, il dinamico duo Jeunet & Caro si ripresentò 4 anni dopo con una nuova fiaba per adulti ambientata in un non-luogo fuori dal tempo. Facendo centro pieno per la 2^volta consecutiva ed inaugurando il Festival di Cannes dell’anno in cui uscì (seppur il box-office si dimostrò ingrato malgrado il plauso critico e di pubblico).


I richiami a Terry Gilliam, a Tim Burton, alle BD francesi, all'animazione e a certi videoclip sperimentali in voga a quei tempi si fecero più evidenti ma senza seppellire la poetica, lo stile e l’identità dei due autori che invece emerse con potenza fin dalle primissime scene.


Le ambientazioni inizialmente sporche si fecero più claustrofobiche, l’estetica Steam-Punk permeò in ogni dove, le tonalità seppia e il color giallo la fecero da padroni, il sole non splendeva mai e le uniche note luminose vennero fornite dall’incarnato dei personaggi, dal verde malsano del mare che circonda la zona e di quei pochi lampioni a gas che ci sono.


Mentre la messa in scena filmava tutto con fare inmersivo, gusto barocco e piglio avventuroso. Come un sogno allucinato ad occhi aperti.


Ottimi poi i costumi di Jean-Paul Gautierre (che due anni dopo vestirà i personaggi del colorato e futuristico “Quinto Elemento” di Luc Besson) e immane la colonna sonora fumosa e ammantata di mistero ideata da Angelo Badalamenti (solitamente al servizio di David Lynch).


E nonostante tanto sfarzo estetico, il vero fiore all'occhiello di Jeunet & Caro restano i personaggi che si aggirano in questi folli mondi imbastiti: tra cloni imbranati in conflitto fra loro su chi sia l’originale [tutti incarnati da Dominique Pinon, attore feticcio del duo registico]; nani; cyborg (chiamati ciclopi) che pur vedendo le cose oltre la loro apparenza vivono sterili e disincantati; il vecchio Krank [Daniel Emilfork-Berenstein], emaciato e dinoccolato villain reso tale dall’amarezza della propria esistenza e l’incapacità di rapportarsi coi bambini e il mondo esterno; un palombaro [sempre Pinon] che vive e conduce i propri studi all’interno del proprio sommergibile; due gemelle siamesi principali mandanti e ““benefattrici”” delle baby-gang ed un prestigiatore scalcinato al loro soldo [Jean-Claude Dreyfus, già presente in “Délicatessen”].


Anche se a brillare vi sono la piccola Miette [una già bravissima e sfaccettata Judith Vittet, doppiata splendidamente da Valentina Mari] e il gigante buono One [sempre fantastico Ron Perlman che dovette impararsi il francese mentre girava, mentre nell'edizione italiana la voce gli fu prestata da Neri Marcoré].


Lei una bambina costretta a diventare adulta precoce resa scaltra e spregiudicata dall’ambiente dove vive/ Lui un adulto forzuto la cui sensibilità e semplicità l’hanno reso quasi un eterno ragazzino che si trova più a suo agio in mezzo ai bambini e con gli altri freaks con i quali lavora, molto più umani loro della gente comune.


La loro relazione non è molto diversa da quella vista nell’allora contemporaneo e conterraneo “Léon” <amicizia, affetto paterno e amore proibito tra una minorenne-resa adulta e un adulto-eterno bambino che tanto fece storcere il naso ai puristi e benpensanti>, se non fosse che stavolta è lei ad essere il centro dell’azione, mentre quest’omone per quanto forte, protettivo e sufficientemente determinato, non vuol male a nessuno e semplicemente vorrebbe tirar a campare come meglio può con quel che sa fare.


L’ironia non manca così come l’azione, il sense of wonder e viene immessa addirittura un’inaspettata ventata di epica-avventurosa. La carica satirica, invece, si riduce e i messaggi di base si fanno più sociali che politici.


L’apporto tecnologico ed avveniristico presente nella pellicola ha una connotazione volutamente innaturale atta per certi versi a raffigurare il mondo degli adulti che dapprima sopprimono la loro parte infantile per poi tentare di riappropriarsene come ancora di salvezza dalla desolazione, la sterilità e l’impotenza. Ciò che manca davvero a questo mondo sono lo stupore e la fantasia di chi sogna e sfama il proprio bambino interiore, così come la loro genuinità e la fantasia/la creatività data dal caso e dall’apparente non-sense che solo le menti aperte o artistiche riescono a cogliere. Le quali, però, se sradicate perdono ogni barlume di novità avviandosi verso una grigia spirale ripetitiva ed auto-distruttiva, incapace di adattarsi al mutare dei tempi e del pensiero.


In conclusione, ci troviamo fra le mani un’opera preziosa parto della fantasia di due delle menti più interessanti, visionarie e stilose del cinema transalpino, nonché uno dei migliori lungometraggi steam-punk mai fatti, in grado di dar risalto anche al lato oscuro e al cuore di tenebra di tal corrente.

VOTO: 8.5


#JeanPierreJeunet #MarcCaro #RonPerlman #DominiquePinon #cinemafrancese #SteamPunk

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