La leggenda del re pescatore (1991) - Abbraccia la follia per salvare il mondo!



“Hit the road, Jack and don’t you come back no more, no more, no more, no more….Hit the road, Jack and don’t you come back no more….”


Con questo pezzo immortale di Ray Charles si aprono le trasmissioni di Jack Lucas, speaker radiofonico newyorkese dalla lingua a dir poco tagliente, irriverente, capriccioso ed arrogante, decisamente in rampa di lancio e con un’ipertrofica considerazione di sé. Come nella canzone, Jack viene invitato ad alzare i tacchi quando un maniaco prende alla lettera una sua ultracinica intemerata radiofonica e assassina a colpi di fucile sette persone in un ristorante alla moda, affollato per lo più da giovani professionisti e ricchi della New York dei piani alti.


Tre anni dopo l’accaduto, Jack lavora come commesso nel video noleggio della sua compagna, Anne Napolitano… o meglio, trascorre le sue lunghe e deprimenti giornate tra un bicchierino e l’altro, alternando momenti di profonda autocommiserazione a brevi e caustici incontri/scontri con la clientela del negozio della fidanzata e a lunghi giri, in preda ai fumi dell’alcool, per la città.


Ciò fino alla sera in cui per poco non gli viene dato fuoco da due giovani delinquenti che lo scambiano per un barbone. A salvarlo è Parry, sedicente “cavaliere” in armatura non proprio scintillante, che vive in un sottoscala in cui, generosamente, decide di ospitare il povero Jack per la notte.


Dalle stelle alle stalle, quindi… anzi, dagli attici con vista sul parco alle luride strade di New York, riprese, in una spirale di spigolose inquadrature, come posti per nulla accoglienti (in questo modo, Gilliam intende più o meno implicitamente denunciare il degrado in cui versava la Grande Mela prima della cura Giuliani, n.d.a.). Un luogo che Parry tuttavia chiama Casa, perché egli sarà anche un emarginato della società, ma è in missione: egli vuole ritrovare il Santo Graal (EBBENE SI’!!!), che è certo trovarsi nella casa di un miliardario, residente a Manhattan. Del resto, lo ha visto fotografato in una rivista e poi glielo hanno detto gli gnomi….e se lo hanno detto quegli omini saltellanti e rubicondi c’è da crederci!!!


Scherzi a parte, per Parry, Jack è l’Eletto chiamato a trovare il Santo Graal. Jack, in realtà, vorrebbe solo sparire, cancellare la sua presenza dalla faccia della Terra espiando, in tal modo (…o almeno così crede…) i suoi terribili peccati… Il fu-Divo della radio cambia presto idea, profondamente tormentato dal senso di colpa, quando scopre che Parry, un tempo, era uno stimato professore universitario di Storia, di nome Henry Sagan, segnato irrimediabilmente dall’omicidio della sua bellissima moglie commesso proprio dall’ascoltatore radiofonico di Jack.


Jack e Parry sono due personaggi agli antipodi: il colto studioso innamorato di sua moglie contro il DJ sguaiato, sfacciato ed egoista, refrattario a qualsivoglia vincolo. Tuttavia, essi hanno in comune il fatto di essere veri e propri rappresentanti di personaggi dell’immaginario collettivo.


Jack Lucas è il mascalzone cronico, una vera e propria rappresentazione in carne ed ossa del cinismo più estremo, costantemente impegnato in atti di autoindulgenza per assolversi dai suoi peccati e non prendersi le proprie responsabilità, un burattino affascinato dal Paese dei balocchi della fama facile, frutto della sue taglienti bugie, un moderno Pinocchio, come il pupazzo di legno che Jack riceve in regalo da un ragazzino, figlio della New York più facoltosa.


Allo stesso modo, Parry è un personaggio in fuga, che ha abbracciato in toto la Follia per scappare dall’Orrore, impazzito perché per sempre intrappolato in un mondo illusorio da lui stesso creato per non affrontare la realtà, la SUA realtà, fatta per lo più di dilaniante tristezza e profondo, inguaribile dolore.


In questo senso, il Cavaliere Rosso che lo perseguita è la personificazione dell’Orrore, del Male che lo ha colpito, del ricordo dei tempi in cui era felice e consapevole pienamente della bellezza del proprio mondo. Parry è il Re pescatore: nella scena cult dello “Spaccanuvole” (quella di “…Libera il pisellino, Jack…”, per intenderci; n.d.a.) nudo a Central Park, il personaggio fa parlare il suo inconscio e ci racconta la storia del personaggio del ciclo arturiano.


“La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: "Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!".


Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare né sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire.


Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: "Che ti addolora amico?" e il re gli rispose: "Ho sete e vorrei un po' d'acqua per rinfrescarmi la gola". Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d'acqua e la porse al re, e il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c'era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: "Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?" e il giullare rispose: "Io non lo so, sapevo solo che avevi sete…”


Proprio per aiutare Parry, Jack salta metaforicamente oltre il muro invisibile che separa i ricchi dai poveri nella Grande Mela, ritrovandosi a stretto contatto con le persone considerate reiette, se non proprio sgradite alla società.


Jeff Bridges è, come sempre, efficace nei panni dell’eroe-contro-voglia gilliamesco (ricordando, per certi versi il Bruce Willis di “Twelve Monkeys”, film apocalittico di qualche anno dopo, n.d.a.); Robin Williams è straordinario, punto; Amanda Plummer è bravissima nell’interpretare la goffa Lydia, mentre Mercedes Ruehl interpreta (vincendo il suo Oscar da miglior attrice non protagonista, n.d.a.) la tipica Newyorkese un po’ incazzata, di chiare origini nostrane.


Nella quasi tenera scena del ristorante cinese, il regista ci fa affezionare ai personaggi e alla loro dolcezza e non appena abbassiamo la guardia (come sembra stia facendo anche Parry), convinti che stia andando tutto per il meglio, il regista fa tornare il Cavaliere Rosso e le immagini che ci si parano davanti agli occhi diventano un vero e proprio schiaffo in faccia.


Straziante è il modo in cui Williams chiede al Cavaliere di lasciargli almeno il ricordo di una serata felice, mentre quello lo colpisce con inaudita violenza e ferocia, facendo rivivere a Parry (e agli spettatori) il dramma atroce della morte della moglie, in una scena che sovrappone realtà e finzione. Le maniche della giacca palesemente troppo larga per Parry diventano, purtroppo seppur inevitabilmente, quelle di una camicia di forza.


Jack decide di salvarlo e, per farlo, diviene giocoforza l’Eletto che trova il Santo Graal e salva tutti: poco importa che la Sacra Coppa sia sì una vera e propria coppa, ma con tanto di targa celebrativa, e che per impossessarsene egli deve commettere un vero e proprio crimine, perché alla fine egli salva davvero Parry, salva Lydia che riabbraccia l’amato ora in pace con se stesso e il suo terribile passato, salva Anne che non smette mai di sperare e confidare nell’amore che nutre per il suo turbolento ed irrequieto compagno e alla fine ritrova un Jack maturo, ormai ex burattino di collodiana memoria, propenso alla bugia.


L’epilogo di “The Fisher King” è un finale solo apparentemente felice.

La New York dove i personaggi vivono, amano, mentono e rubano non è cambiata per niente, in realtà; è lo stesso posto di prima, sgradevole, ingrato e crudele nei confronti dei più deboli. Come in altri films di Gilliam, l’immaginazione vince su ogni altra cosa e coloro che sono capaci di abbracciare la fantasia e di conseguenza in grado di provare empatia (direi quasi affetto) verso il prossimo sono i veri re (pescatori) di questa storia, gli unici in grado di “salvare” il mondo.


Gilliam è però ben lontano da una seppur minima forma di idealizzazione di questa salvezza: il mondo resta un luogo aspro e crudele, però ora che abbiamo imparato gli uni dagli altri e ci conosciamo più o meno bene, potremmo forse essere più che dei meri conoscenti, potremmo azzardarci ad essere amici…o quantomeno provarci.


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