LE ALI DELLA LIBERTA' – L’enigma di Andy Dufresne

Tratto da un racconto di Stephen King ed interpretato magistralmente da Tim Robbins e Morgan Freeman, questo film si è affermato nel tempo come uno dei cult più amati di sempre.


La pellicola ci racconta la triste vicenda di Andy Dufresne, condannato a due ergastoli per l’omicidio della moglie e del suo amante. Dal momento della condanna veniamo trascinati insieme al protagonista in quell’oscuro e tormentato inferno rappresentato dalla prigione di Shawshank. Ma la vera particolarità del film sta nel fatto che il personaggio principale, il protagonista di cui seguiamo le vicende, è anche il vero e proprio elemento enigmatico del film.


Andy Dufresne rappresenta doppiamente un enigma per lo spettatore: in primo luogo perché per buona parte del film non è chiaro se egli abbia effettivamente compiuto il duplice omicidio di cui lo si accusa; in secondo luogo per il fatto che il suo enigmatico comportamento sembra contrastare sia con l’atteggiamento che ci si aspetta sia da un’innocente che da un colpevole.


Guardando il film lo spettatore si ritrova più volte ad analizzare i gesti, gli sguardi, i movimenti di Andy, al fine di carpire anche il più piccolo elemento che possa aiutarlo a comprendere se si ha a che fare con un assassino, che sconta giustamente la sua pur terribile condanna, o con un santo, che subisce un ingiusto martirio. Ma la verità è che Andy è di fatto un’eccezione che sfugge a qualunque tentativo di classificazione.


Infatti non possiamo far a meno di notare come lo spettatore si trovi poi, nel corso del film, di volta in volta a cambiare idea sulla colpevolezza o sull’innocenza del protagonista senza mai riuscire a giungere ad una conclusione (almeno fino al momento in cui, con la testimonianza di Tommy, gli eventi vengono definitivamente chiariti allo spettatore).


E in tutto ciò, in realtà, il fatto curioso è che lo spettatore si ritrova più volte a sperare che il protagonista sia effettivamente colpevole - e che in qualche modo meriti di trovarsi in quella situazione - per tentare di scacciare il pensiero che una simile terribile condanna sia stata inflitta ad una persona innocente.


Ma il vero motivo per cui lo spettatore non riesce mai a capire fino in fondo Andy Durfesne sta nel fatto che questo personaggio sembra sempre distante rispetto alla realtà che sta vivendo. E un elemento fondamentale che sottolinea alla perfezione tutto ciò è il fatto che la voce fuori campo, che accompagna lo spettatore a vivere gli eventi, non è quella del protagonista, bensì di un suo compagno di sventura, Red, colui che diventerà il miglior amico di Andy all’interno della prigione di Shawshank.


Questo elemento sembra rappresentare proprio quella presa di distanza, quel senso di estraniazione, che in qualche modo caratterizza la personalità di Andy. E con questa scelta il film sembra volerci suggerire che solo tramite un occhio esterno si possono raccontare simili eventi dato che sarebbe insostenibile il livello di immedesimazione che si avrebbe se venissero raccontati in prima persona.


Tutto ciò ci dà anche la direzione di quello che il film vuole comunicare, ovvero l'idea di un protagonista incapace di esternare emozioni. E a tal proposito è emblematica la scena in cui il giudice condanna Andy ai due ergastoli: la motivazione addotta dal giudice, prima ancora della convinzione riguardo alla colpevolezza, sembra risiedere nel fatto che il giudice percepisce come una conferma l’atteggiamento freddo e distaccato del protagonista. Come se la sua vera colpa fosse rappresentata dalla sua stessa personalità.


Andy: “Mia moglie mi diceva sempre che ero un uomo difficile, un libro chiuso. Dio quanto l’amavo! Solo che non riuscivo a dimostrarglielo. Ed è per questo che è morta: per colpa mia.”


Possiamo individuare in questo passaggio un riferimento ad una sorta di colpa kafkiana, ovvero una colpa che per l’appunto è inscindibile dall’individuo e dalla sua personalità, e che si manifesta indipendentemente dall’azione che quella persona effettivamente compie. Una colpa che viene attribuita dalla società al soggetto che manifesti i tratti di una personalità indecifrabile e quindi non classificabile nei soliti schemi dell’innocenza o della colpevolezza.


In realtà a ben guardare nel corso del film scopriamo che questa freddezza non è altro che il riflesso di quelle che sono le capacità del protagonista. Andy, infatti è un meticoloso individuo dedito ai lavori di precisione sia intellettuali che manuali, e le sue capacità, in maniera ossessiva, tendono ad estrinsecarsi nella realtà in modi che restano misteriosi per tutte le persone che si trovano ad avere a che fare con lui.


Le qualità principali di Andy si rivelano essere quindi la pazienza, la costanza, una innata propensione ai lavori minuziosi che portano risultati nel lungo termine. E a questo proposito il paragone è d’obbligo con l’opera letteraria che sembra dare in qualche modo lo spunto a questo racconto di Stephen King e che influenza anche di conseguenza il personaggio del film. L’opera in questione è “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.


Tra le similitudini che possiamo notare spiccano sicuramente il tema dell’evasione ottenuta per mezzo di una meticolosa, paziente e disciplinata attività quotidiana finalizzata alla creazione di un tunnel, e il tema della vendetta, che porta il protagonista a rivalersi infine sui suoi nemici. Ma al di là dei parallelismi, ciò che interessa ancor di più sono le differenze rispetto a questa opera letteraria. Differenze che lasciano emergere il carattere originale della figura di Andy Dufresne rispetto a quella del Conte di Montecristo.


Infatti, prima di varcare i cancelli dello Chateux D’If Edmond Dantes non è altro che un sempliciotto che della vita conosce poco e niente. È durante la sua prigionia che riesce a diventare qualcos’altro: subisce una trasformazione, acquisisce delle capacità e delle nozioni, impara a ragionare diversamente, ma soprattutto Edmond Dantes nello Chateux D’If finisce per incarnare l’idea stessa della vendetta.


Al contrario invece Andy Dufresne non acquisisce le sue capacità all’interno della prigione di Shawshank ma le porta con sé dall’esterno, come parte di un suo bagaglio che, così come lo differenziava fuori, finisce per contraddistinguerlo anche tra le mura del carcere.


Se quindi Edmond Dantes trova soltanto nella vendetta uno stimolo e un motivo valido per acquisire delle capacità, fuggire dallo Chateux D’If, e diventare il Conte di Montecristo, al contrario per Andy Dufresne la vendetta non rappresenta mai un obiettivo. Per fuggire ed essere libero ha bisogno di architettare un piano che gli consenta di portare alla luce da una parte le nefandezze del direttore del carcere, dall’altra la prova della sua innocenza. La vendetta per Andy si mostra quindi come un elemento accessorio della fuga e non rappresenta lo stimolo, il motore dell’azione, ma anzi potremmo dire che è una naturale conseguenza del suo percorso di liberazione.


L'atteggiamento di Andy Dufresne si presenta così solo all'apparenza enigmatico. Scavando più a fondo si riesce ad intravedere un percorso lineare naturalmente concepito come una fluida espressione di capacità che in quel determinato contesto si esprimono necessariamente nell’unico modo possibile, ovvero tramite la costruzione, tassello dopo tassello, di una strada che conduce il protagonista verso la libertà.


Se ti piacciono i nostri contenuti iscriviti al canale Youtube CultMovie ITALIA!


363 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti