LO SPECCHIO (1975) - di Andrej Tarkovskij




Se sono giunto fino a qui, ovvero a recensire un' opera complessa ed eclettica come questa, è solo per via del fatto che alcuni dei film visti in precedenza e altresì commentati, seppur in maniera umile e senza alcuna pretesa, mi hanno condotto fino a "Lo Specchio".

I lavori di cui parlo sono frutto della mente di Lars Von Trier.


Esatto, questo regista così fuori dagli schemi ha rapito la mia attenzione, e in alcune sue opere ho trovato riferimenti a Tarkovskij, in alcune sue dichiarazioni ho letto che per lui Tarkovskij è addirittura Dio. Per cui mi sono messo subito alla ricerca di alcune delle pellicole del regista russo in questione e mi sono imbattuto nel suo lavoro dai più reputato autobiografico. "Lo Specchio".

Il film comincia con un inquadratura in bianco e nero su un ragazzo balbuziente e una dottoressa che tramite tecniche sanitarie cerca di far superare il problema al suo paziente. Dopodiché il tutto prende una forma eterea, con un susseguirsi di immagini apparentemente prive di correlazione tra loro.


Un filone narrativo ambiguo, mancante forse. Il cinema di Tarkovskij, per quello che ho potuto ammirare in questo frangente, è qualcosa di criptico, di ipnotico. Fotografia magistrale, piani sequenza interminabili, e voce narrante fuori campo, costituiscono nel complesso qualcosa di davvero surreale.

Lo specchio è reputato uno dei lavori più intensi del regista russo, una sorta di autobiografia, che all'interno della pellicola viene fuori tutta. Reminiscenze dal passato riemergono, il protagonista Alekseij, interpretato dalla sola voce fuoricampo di Romolo valli, che ci delizia con il suo incedere armonioso, racconta tramite questa sequenza di immagini, tutta la sua vita.

Misto tra il ricordo e l'onirico, lo specchio è la porta, quella porta temporale tra l'odierno e il passato. Tra le scelte giuste e quelle sbagliate, tra la realtà e il sogno. A mescolare il tutto, la doppia interpretazione della protagonista, la strepitosa Margarita Terechova, che interpreta sia la madre di Alekseij, che la moglie. Infatti le sembianze nell'onirico immaginario collimano e divergono al tempo stesso.

Persino l'Alekseij bambino viene interpretato dallo stesso Ignat Danil'cev che ricopre il ruolo di Ignat (figlio di Alekseij nato molti anni dopo) e Alekseij stesso a dodici anni.

Volutamente replicati, questi ruoli portano lo spettatore a immergersi nella mente del protagonista (che non viene mai inquadrato, se non sul letto di morte, ma mai in volto).

In questo film c'è la vita, c'è la poesia (recitata dalla voce fuori campo) tratta da alcuni poemi scritti dal padre del regista. In questo film c'è la Russia. In questo film c'è Tarkovskij.

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