MALIGNANT (2021) - di James Wan

Il sorprendente ritorno alle origini di uno degli attuali specialisti ed innovatori del genere orrorifico



La TRAMA E’ Semplice: Madison è una ragazza sposata (dal passato di orfana nata da una violenza carnale) con un coetaneo violento, reo di averla portata ad abortire in più occasioni nelle quali era rimasta incinta. Come se non potesse andar peggio, dei terribili omicidi sembrano coinvolgere una misteriosa entità appartenente al suo passato travagliato, una sorta di amico immaginario che denominò Gabriel del quale però sperava di essersi liberata in seguito a una sfilza di visite&terapie psichiatriche.


Comincia a manifestare delle allucinazioni e delle paralisi improvvise ogni qualvolta i misfatti stanno per compiersi e quando si risveglia purtroppo finisce per ritrovarsi in stato confusionale nelle immediate vicinanze di dove i crimini si sono compiuti. Ça va sans dire, la polizia che indaga, piazza la giovane donna tra i principali sospettati.



COSE Che COSANO: Dopo aver bazzicato il settore dei blockbuster con "Fast7", "Aquaman" (film che si salva solo grazie alla sua mano registica, i suoi guizzi e per la grinta di Jason Momoa che praticamente fa sé stesso), lo show su “Swamp Thing”, producendo il nuovo "Mortal Kombat" e dopo aver rinunciato a dirigere il 3°capitolo dalla saga di "Conjuring" da lui creata, al buon James Wan serviva un break per tornare ad operare su di un titolo più intimo e personale, che affondasse sia le radici nel proprio passato autoriale ma che allo stesso tempo, nel suo piccolo, iniettasse una nuova linfa vitale al genere che più gli diede fortuna: l'horror.


Un po' come fece 17 anni fa con "Saw", assieme all'amico Leigh Whannel (che nel frattempo ha avuto modo di brillare in solitaria, nel migliore dei modi, con gli stupefacenti "Upgrade" e "Invisible man"). Wan sentiva la necessità impellente di tornare a pensare in piccolo per fare qualcosa di grande e questa urgenza artistica la possiamo percepire ad ogni fotogramma di questo film.

"Malignant" ci (ri)dà un James Wan purissimo ed integrale, che se ne infischia delle barriere dei generi, guarda ai maestri nostrani (Argento, Bava e Fulci) e si libera da quanto fatto finora da lui stesso. Il risultato di una simile libertà creativa e desiderio di rinnovamento è un'opera mutante dalle molteplici sfaccettature e chiavi di lettura. Non si limita all'orrore e al thrilling ma li travalica ibridandoli col dramma, il poliziesco, il body-horror, il soprannaturale, sconfinando persino nell'action e nel self-empowerment. Senza risparmiarsi qualche soluzione grottesca se non consapevolmente delirante.



Qualche plauso in più per l'ottima fotografia (che gioca abilmente con le tinte rosse e blu per sottolineare la dicotomia tra bene e il male, tra corpo e mente), le musiche cariche di tensione sempre pronta ad esplodere di Joseph Bishara (vero e proprio alter ego musicale del regista), gli effetti artigianali e quelli digitali (questi ultimi gentilmente offerti dalla Industrial Light & Magic).

Il coinvolgimento vola alto per merito sia della messa in scena che delle suggestioni e della performance di un'insospettabilmente brava Annabelle Wallis. Gli spazi, gli scenari e la realtà nei quali si muove si trasfigurano divenendo un'estensione della sua psiche già precaria in via di disfacimento.


L'orrore viene subìto a tal punto da diventare corporeo: l'essere schiavi del proprio corpo, della situazione che si sta vivendo e di non poter fare nulla per opporvisi. L'impossibilità a procreare e creare una propria genealogia e le paralisi che rendono ancor più impotenti ed indfesi. Il terrore costante sia nel convivere con una persona ingiustificatamente violenta che potrebbe esplodere da un momento all'altro, che per le inspiegabili manifestazioni di una presenza divenuta tossica e malevola della quale si pensava di esserci liberati.


L'impossibilità di trovare delle spiegazioni dietro al suo ritorno e del nostro coinvolgimento in ciò che sta causando, come la difficoltà a distinguere cosa sia reale e cosa non lo sia davvero. Una rete assfissiante di sensazioni che davvero ci fanno sperare di non trovarci mai in situazioni del genere. Un morbo malefico e beffardo che usa come arma un’onoreficenza insignita a chi cercò di estirparlo.


Il tutto riuscendo persino a fare a meno di fastidiosi jump-scare, rinnovando così il proprio modus-operandi. In quanto le situazioni più pericolose od impressionanti non accadono all'improvviso ma è tutta una lenta e progressiva evoluzione.

Eppure in tutto ciò traspare una gran voglia di rivalsa, un forte desiderio di essere finalmente padroni della propria esistenza. La voglia di urlare che siete ancora vivi, che valete per ciò che siete, che possiate essere migliori e non ripetere o rivivere il passato. Riuscendo a trasmettere dei validi concetti femministi senza risultare retorici o banali.

In conclusione, "Malignant" è un titolo meritevole d'attenzione, fra le migliori cose realizzate da uno dei maggiori talenti orrorifici/di genere dell'ultimo ventennio. Crudele e anche insolito, e và benissimo così.

VOTO: 7/8

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