NOPE - (2022) di Jordan Peele

Ufo, Cavalli e il Culto del Successo


TRAMONE: in una piccola città fra le valli della contea losangelina, la quiete viene minata da strane sparizioni, avvenimenti fuori dall’ordinario e manifestazioni disturbanti d’ipotetica matrice aliena.


Un fratello e una sorella in cerca di affari fortunati dopo che un’ex-baby-attore divenuto organizzatore di fiere ed eventi <segnato da un’incidente sul set di una pubblicità con una scimmia inizialmente ammaestrata ma improvvisamente uscita di senno e poi crivellata dalle forze dell’ordine> gli ha sottratto il ranch di cavalli impiegati per spot e produzioni audio-visive, cercano di far luce su questi eventi e di riuscire a trarre delle testimonianze attendibili sulla presenza degli alieni.


COSE Che COSANO: al suo 3°lungometraggio, e dopo aver bazzicato il mercato seriale con diverse operazioni intriganti, il regista sceglie di affondare pienamente le mani nella materia fantascientifica già presente in alcuni sprazzi nelle 2 pellicole finora dirette e negli show sui quali ha vegliato. Il risultato di questa nuova deriva stilistica è “NOPE”.


Dove il regista sfrutta i richiami ad un tipo di Fantascienza anni ’50 , le ambientazioni simil-western e la presenza degli extraterrestri non più come un motivo di ricerca, esplorazione ed avventura ma piuttosto una testimonianza sulla quale lucrare e farsi pubblicità, andando così a far luce sull’avidità, la brama di notorietà e la smania di attenzioni insiti nelle persone ed incoraggiate ancor di più dall’influenza del mondo dello spettacolo.


La brama di avere tutto da chi nella vita purtroppo non ha avuto nulla e avere così attenzioni pur di essere presi sul serio o sentirsi importanti.


Diversamente dalle pellicole finora dirette, non si rivolge solo alla comunità afro-americana o chi li ha oppressi in secoli di storia, ma la sua critica si rivolge a tutti senza far distinzioni o sconti a nessuno. Proprio perché la sete di fama, celebrità e sensazionalismo non hanno etnia od estrazioni sociali, a chiunque gli vengano date le ragioni per bramarle finisce per divenirne talmente assuefatto da volerla trovare ad ogni costo e di non poterne fare a meno.


Compiendo azioni sbagliate, formando il proprio pensiero su cose superficiali ma soprattutto rischiando la vita e andando incontro a pericoli che si illudono di poter arginare e controllare.


Pochi hanno il coraggio di accontentarsi o di capire dove sia il caso di fermarsi e di riflettere su cosa possa esserci oltre le ambizioni o su cosa davvero sia importanti. Come altrettanto pochi si rendono conto che non è sempre possibile addomesticare in toto un essere predatore per renderlo un’attrazione (discorso valido sia per il misterioso oggetto volante non identificato che per la scimmia impazzita), in quanto può bastare qualsiasi disattenzione od imprevisto che questo troverà il modo di ribellarsi e scatenare un pandemonio.


Sul versante tecnico il valente cineasta riesce con classe a creare, portare avanti e far detonare il carico di tensione, mistero e stupore anche in ampi spazi aperti e alla luce del sole come al buio della notte, sapendo anche quando inorridire ed iniettare adrenalina. Richiamando in più momenti fonti ispirative quali Spielberg [più precisamente “Lo Squalo”, “Incontri Ravvicinati del 3° Tipo” ed “E.T.”], Polanski, Hitchcock, il contemporaneo M. Night Shyamalan, l’aura di “Twilight Zone” (che in fin dei conti aveva già contribuito a riesumare), alcuni richiami al 1°”Tremors” (se i vermoni di quel film venivano attirati dai rumori e le pulsazioni telluriche, l’alieno di questo film viene attirato se ci si ferma a guardare il cielo) e una strizzata d’occhio anche ad un’iconica posa in moto presa da “Akira”.


La fotografia dai toni caldi dona una marcia in più al senso d’immersione e coinvolgimento che la storia e il susseguirsi degli avvenimenti debbono suscitare nello spettatore. Dando il giusto respiro ad ogni setting, dagli spazi chiusi a quelli aperti e accentuando il lavoro (sia analogico che digitale) svolto dalla m.d.p. nel mostrare i punti di vista di ciascun personaggio e presentare una serie di dettagli da tenere d’occhio per via dei simbolismi.


Altrettanto certosino si rivela pure il montaggio sonoro per amplificare il crescendo della narrazione e del ritmo, rendendo i suoni e addirittura i rumorismi prodotti dagli alieni parte integrante di tutto ciò. Ottime infine anche le musiche del sodale Michael Abels che qui si rifà a certe sonorità del compianto Ennio Morricone.


Più che discreto l’apporto di tutti gli attori nel dar vita a personaggi non proprio campioni di simpatia. Da un’estroversa e iper-dinamica Keke Palmer su Emerald, sempre alla ricerca delle migliori occasioni per diventare più popolare e rincorrere il successo ad un’ottimo Daniel Kaluuya nei panni dello schivo e prudente OJ, più interessato al salute dei suoi cavalli e a preservare l’impresa di famiglia. Ad entrambi piace dichiararsi pro-nipoti del fantino nero che apparse in uno dei primissimi esperimenti di immagini in movimento su celluloide, ma sarà davvero così o è tutta una loro trovata commerciale?


Vi è poi il ricco Jupe di Steven Yeun che cerca di rendere attrattiva ogni cosa ritenga possa fargli fare soldi, dando l’idea che l’incidente con la scimmia accadutogli sul set quand’era piccolo non gli ha insegnato nulla. Infine il ritrovato Michael Wincott [The Crow, Strange Days, Deadman, Alien - la Clonazione, I 3 Moschettieri] negli sciroccati e disillusi panni di un ex-fotografo cinematografico e sedicente regista mai realmente affermatosi è semplicemente esilarante.


Dopo le società di vecchi e malandati borghesi che utilizzano i corpi delle persone di colore per continuare a vivere, dopo il sottomondo segreto dove vivono i cloni rancorosi di ciascun cittadino americano per poter controllare la popolazione sottraendo a loro ciò che gli altri invece guadagnano od acquisiscono, Jordan Peele dà vita ad uno dei suoi titoli ambiziosi e apparentemente più semplici rivolgendo una grossa critica all’illusorio sistema Hollywoodiano e all’influenza che esercita così come al desiderio/bisogno di attenzioni e fama.


Forse un po pretenzioso in alcuni passaggi e derive (quando poi non si tratta di qualcosa di particolarmente complicato) ma decisamente efficace nel riuscire ad elargire alle masse un'operazione solida ed accessibile di sano intrattenimento in grado anche di far riflettere, spiazzare e scoccare qualche frecciata sociale in una maniera così furba che chissà se lo showbiz che lo finanzia si sia reso conto che si sta rivolgendo proprio a loro e al modo con cui illude e plagia certe persone all’inseguimento del successo (poi chiaro non c'è nulla di male nell'avere aspirazioni o voler puntare in alto, ma c'è modo e modo).


Potrebbe piacervi, potrebbe non piacervi o gradirlo così così, ma è anche per questo che vale la pena dargli un’occasione.


VOTO: 8



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