OLDBOY (2003) - Il catartico masrterpiece che scosse e definì gli inizi del 2000



La TRAMA: 1988, Dae-Su è un uomo comune, un padre di famiglia e un’innocuo lavoratore ma con qualche problema d’alcolismo. Il giorno del 4°compleanno della figlia, viene rapito e rinchiuso in una cella-appartamento (dotata di un letto, un bagno, un televisore e regolarmente gli vengono somministrati i pasti) dalla quale gli è impossibile ogni via di fuga.


Gli anni si susseguono impietosi, il Nostro apprende in Tv dell’omicidio della moglie che viene attribuito a lui, non ha notizie della figlia, quando il suo spirito non è troppo logorato dalla prigionia e dal dubbio di chi possa odiarlo così tanto da fargli una cosa simile, si esercita in shadow-boxing e scrive un’autobiografia. Ogni qualvolta tenti il suicidio, i misteriosi carcerieri fanno irruzione impedendogli di compiere il gesto estremo e rianimandolo all’occorrenza.

Passati 15 anni, un giorno finalmente si risveglia in una valigia sul tetto di un palazzo. Vagando per la città, uno sbandato gli consegna un portafoglio pieno di banconote e un cellulare, riuscendo così a mettersi in contatto con il suo aguzzino. Se vuole conoscere l’identità e i motivi di chi l’ha imprigionato ha a disposizione 5 giorni di tempo per scovarlo e vendicarsi, al termine dei quali il misterioso soggetto sparirà per sempre.


Sarà così l’inizio d’una caccia senza quartiere in un’escalation di violenza e informazioni estorte con la forza, nella quale dovrà anche ritrovare la propria umanità perduta. L’unica figura amica sulla quale potrà contare è quella di Mi-Do, giovane cameriera d’un ristorante sushi che sembra nutrire affetto ed attrazione nei suoi confronti.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: Erano i primissimi tempi del Nuovo Millennio, Park Chan-Wook era un giovane regista che da anni cercava, con perseveranza e caparbietà, l’affermazione dopo alcuni titoli non particolarmente considerati dalla critica e dal pubblico, fra i quali l’inconsueto (per quei tempi) “Mr. Vendetta” che prima di venir considerato il cult che oggi è, fu snobbato brutalmente e venne spesso usato come metro di paragone su tutto ciò che non andrebbe fatto in un film.


L’insoddisfazione era lacerante ma il Nostro scelse di non darsi per vinto e sfornò un altro film (tratto stavolta da un manga) che fece scalpore ma che grazie al passaparola d’un certo Tarantino, ottenne il risalto e la fruibilità che necessitava perché il mondo facesse la conoscenza di questo autore indomito. E una volta tanto giustizia fu fatta e il filmaker sudcoreano ottenne i consensi che meritava. Consensi che gli permetteranno tempo dopo di realizzare “Lady Vendetta”, compiendo così l’atto finale di questa trilogia (spirituale) avente come comun denominatore la vendetta. Ma questa è un’altra storia per un’altra volta.

“Old boy” è un’opera profondamente catartica e stratificata che non fa sconti a nessuno e non intende essere più di tanto consolatoria. Vive di idee, di narrazione, d’immersione registica, di personaggi/delle loro psicologie e di violenza concettuale. Una discesa in qualche girone del purgatorio che si fa sempre più tesa ed avvincente man mano che tutti i pezzi s’incastrano in un mosaico perverso.

Park Chan-Wook assimila gli influssi dati da letture poetiche d’altri tempi mischiandoli con Kafka, la tragedia greca e un surrealismo primordiale vicino a Bunuel. Muove la macchina da presa in modo da farci sentire spaesati quanto il protagonista; sfrutta il sonoro e le musiche per dare effetti ancor più destabilizzanti nei momenti più intensi; non lesina in virtuosismi con le inquadrature, i piani sequenza, i movimenti di macchina, le carrellate e i tagli, regalandoci numerose immagini e momenti destinati a restare impressi nell’immaginario collettivo e fare la storia del cinema.


Il regista non si tira indietro nell’uso della violenza tanto da simbolizzarla (tra polpi mangiati intenzionalmente vivi, denti che vengono rudemente strappati per estorcere informazioni sulle note di Vivaldi, lingue mezze mozzate perché talvolta sono le parole a ferire di più e i cui danni sono più permanenti) o convertirla in forma d’arte [emblematico lungo piano sequenza dove il protagonista si fa strada tra vari manigoldi a suon di martellate].

Impagabile poi si rivela l’apporto degli attori: a partire dal bravissimo Choi Min-Sik [doppiato dal buonanima Roberto Draghetti, qui in stato di grazia] nei panni del protagonista Dae-Su, un uomo ordinario e alcolista non dichiarato, reso prima animale in gabbia, al quale viene tolta ogni cosa, e subito dopo un’implacabile macchina vendicativa. Il rancore sembra quasi ringiovanirlo e la sua faccia viene resa dal regista una maschera grottesca di dolore, vuoto e disperazione pronti ad esplodere anche quando vorrebbe nascondere tutto con una calma apparente e qualche sorriso abbozzato, continuando a chiedersi senza risposta semmai riuscirà a tornare la persona di una volta e rimettere a posto la propria esistenza.


Ottimo poi Yoo Ji-Tae [con la voce di Massimo Lodolo] nei panni di colui che si rivelerà essere stato l’aguzzino del protagonista, un distinto affarista segretamente consumato dalla vendetta e reso folle ed insensibile da questa. Con piglio infantile gioca con la sua vittima come un bambino che si diverte a incenerire le formiche con una lente d’ingrandimento, più per il gusto di vederlo impazzire ed auto-distruggersi piuttosto che dargli la pace eterna dopo tante sofferenze. Mentre l’unico personaggio positivo della vicenda ci viene dato da Mi-Do [interpretata da Kang Hye-Jeong e doppiata dalla brava Ilaria Latini], un’anima pura e gentile, non toccata dal male e che con la propria benevolenza vorrebbe solo aiutare chi ne ha più bisogno. La relazione che svilupperà con il protagonista è tanto rincuorante quanto impossibile da concretizzarsi, proprio per questo speciale e forse salvifica.


La vendetta che muove il protagonista e chi lo ha imprigionato è un comportamento spesso insensato, inconcludente e di rado giustificabile (esistono anche dei casi nei quali potrebbe esserlo ma sono pochi). Non avrebbe alcun senso eppure è così necessaria e inevitabile, richiede energia, perseveranza e una forza di volontà incrollabile per portare a compimento i propri intenti ma soprattutto consapevolezza.


Chi si vendica dev’essere conscio che difficilmente otterrà ciò che gli è stato tolto ma è messo nella condizione di non potersi più fermare né tirare indietro. Entrambi finiscono per essere schiavi di questo sentimento rancoroso e anche se questo dovesse portarli a qualcosa non è detto troveranno veramente la catarsi alla quale anelerebbero. Non è detto che troveranno pace e soddisfazione.

Ma non solo: la vendetta diviene uno strumento per studiare e comprendere la realtà sociale nella quale i personaggi vivono e si muovono. La volontà è anche quella di raccontare di un Paese diviso in cerca di vera democrazia e di un’identità, come la difficoltà dei suoi cittadini a riconoscersi in una realtà che inconsapevolmente abbandona i singoli a sé stessi e ai propri lati oscuri, generando ingiustizie.

In conclusione, “Old boy” è un’odissea urbana intensa e spietata che affascina ma non lascia scampo né agli spettatori né tanto meno ai suoi personaggi. E anche se nel finale vorrebbe abbozzare a un qualche spunto vagamente ottimistico non siamo del tutto sicuri di poterlo interpretare come un qualcosa di effettivamente positivo.


Capolavoro? Molto probabilmente Sì. Il remake di Spike Lee, per quanto bene si possa volere al sovversivo cineasta e a chi vi prese parte, purtroppo non vive della stessa urgenza espressiva e del disagio che animarono il regista sudcoreano, il periodo storico nel quale stava operando e la società nella quale vive.


“Sorridi e il mondo sorriderà con te, piangi e piangerai da solo” VOTO: 9.5

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