POINT BREAK - (1991) di Kathryn Bigelow

Sole, Onde, Sparatorie ed Epifanie 


TRAMONA: Johnny Utah è un giovane ed ambizioso agente speciale da poco diplomato che si trasferisce nella sede di Los Angeles per far carriera. Qui viene affiancato all’agente anziano (ex-veterano del Vietnam) Angelo Pappas, affinché seguano il caso d’un gruppo di malviventi che da diverse estati rapinano le banche con i volti celati da maschere di gomma raffiguranti 4 ex-presidenti d’America.


Secondo Pappas i rapinatori potrebbero essere dei surfisti che con questi colpi possono permettersi il loro stile di vita e finanziarsi i viaggi verso mete dove poter praticare sport estremi durante l’inverno.


Johnny decide d’infiltrarsi sotto copertura in mezzo a tutti i gruppi di surfisti che dominano le spiagge, finché non incappa in quello del carismatico Bodhi, spirito libero perennemente alla ricerca dell’onda perfetta, con il quale stringe amicizia, rimanendo affascinato dalle sue filosofie di vita e infatuandosi della di lui ex-compagna Tyler.


Le cose si complicheranno non appena scoprirà che Bodhi e il suo seguito (esclusa Tyler) sono in realtà i 4 ex-presidenti fuorilegge e dovrà scegliere da che parte stare, se far prevalere la giustizia e il senso del dovere o la propria coscienza e che ripercussioni avrà tutto ciò.


VAI COL SURF: era dalla metà degli anni ‘80 che la sceneggiatura di “Point Break” circolava tra uno studio e l’altro aspettando che qualcuno ci facesse un film. Inizialmente fu avvicinato Ridley Scott che a causa d’impegni e mancanza di convinzione, si tirò indietro prima che partisse la pre-produzione.


Finché un giorno, James Cameron si appropriò del script e ne affidò la regia alla compagna Kathryn Bigelow (ai tempi la loro relazione stava giungendo al termine ma rimasero in buoni rapporti professionali, tant’è che Cameron gli produrrà pure quel masterpiece che fu “Strange Days”). La regista, che si era fatta benvolere con “Near Dark” (importantissimo per il filone vampiresco, probabilmente ispirò alcune intuizioni del Rob Zombie regista) e il thriller-poliziesco ad alta tensione psicologica “Blue Steel” fece propria l’operazione e sfornò un cult immediato del periodo che mantiene tutt’ora la propria influenza.


In primis grazie ad un cast perfetto.


A cominciare da un Patrick Swayze in stato di grazia e al massimo della forma (reduce da fenomeni di pubblico quali “Dirty Dancing”, “Il Duro del Road House” e “Ghost”) su Bodhi: per certi versi il ruolo della vita. Carismatico e dannato, Bodhi è uno spirito libero profondamente innamorato di ciò che fa e della natura per ciò che questa gli dona: il cielo dove paracadutarsi, montagne da scalare, ma soprattutto il mare con le sue onde che gli permettono di esprimere pienamente sé stesso, di essere completamente libero, di avere uno scopo ed essere tutt’uno con le forze naturali (e la loro imprevedibilità).


Anche se la ricerca dell’onda più grande che si sia mai vista comportasse svanire nel nulla. Eppure la gente intende seguirlo, confida in lui ed è disposta a tutto. I colpi criminali che attuano mascherandosi da ex-presidenti, sono un’ammonizione verso un sistema capitalista e consumista che corrode i valori morali e rende automi zombificati le persone, una scossa alle coscienze.


Peccato che si trattino di atti che più volte rischiano di mettere in pericolo persone innocenti ed esplodere in violenza distruttiva se qualcosa và storto. Lo stesso Bodhi, da pacifista convinto che si definisce, per farla franca e non venire ostacolato, corre il rischio di tramutarsi in qualcosa che non vorrebbe essere.


Gli si contrappone la figura di Keanu Reeves (fortemente voluto dalla Bigelow) che ai tempi pur non essendo ancora sbocciato come eroe d’azione solitario o figura messianica era prettamente conosciuto per il dittico demenziale-surreale “Bill & Ted Excellent Adventures”, aveva la faccia pulita e il physique du role perfetti per incarnare il rampante Johnny Utah.


Appartenente a quella generazione di yuppie disposti a tutto pur di scalare i vertici ed affermarsi ma allo stesso tempo un poliziotto moralmente retto, aperto alle nuove esperienze e che riflette prima di agire. L’incontro prima con Tyler e poi con Bodhi, scatena in un lui un’epifania interiore che lo porta a riconsiderare tutte quelle che erano state le sue priorità fino a quel momento, scoprendo di non amare veramente il mestiere che ha scelto e di essere alla ricerca del suo vero io.


Mentre fra i personaggi di contorno, fra tutti spiccano Gary Busey (guarda caso proveniente dal celebre beach-movie “Un Mercoledì da Leoni”) e Lori Petty, rispettivamente Pappas e Tyler.


Il 1° è un personaggio dannatamente ganzo, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno ed è un vero mastino, diviene amico e confidente del protagonista e quasi una 2^figura paterna, arrivando anche ad appoggiarlo ma non si fa neanche problemi a cazziarlo per riportarlo con i piedi per terra e ricordargli quali sono i suoi doveri.


Tyler invece (col suo look androgino) è un’anima selvaggia ed intraprendente ma ben più assennata di Bodhi e del suo seguito (pur essendo all’oscuro delle loro derive criminose), aiuta Johnny ad entrare nel mondo e nella filosofia del surf, gli insegna qualche rudimento ma soprattutto risveglia in lui la passione amorosa (ricambiandolo a sua volta). E seppur il suo ruolo spesso venga ridotto a marginale è proprio grazie a questi suoi gesti che il Nostro sarà disposto a tutto per di restare con lei, a rinunciare al vecchio sé stesso e a buttarsi da un’areo senza paracadute pur di trarla in salvo <ditemi se non è Amore questo>.


Si segnala la partecipazione di John C. McGinley (il mitico Dr. Cox di “Scrubs”) nel ruolo di un’odioso commissario che tratta male tutti (anche i colleghi più anziani) e rappresenta tutto ciò che Johnny non vuole essere né come uomo né come poliziotto. E c’è pure Anthony Kiedis (vocalist <chiamiamolo vocalist> dei Red Hot Chili Peppers) membro di una gang di surfisti fascistoidi che infestano le spiagge, malvisti anche dallo stesso Bodhi.


E se il fattore umano dato dagli attori dà una grandissima mano alla buona riuscita dell’operazione, fondamentale si rivela la visione registica della Bigelow, che qui e con il successivo “Strange Days” tocca delle vette altissime.


Sfoggiando una regia attenta che non esclude niente e a più riprese inietta adrenalina, stupore e tensione ansiogena dando anche respiro ai momenti di quiete e goliradia.


Sul piano tecnico rivoluziona i canoni della messa in scena e impiega nuove soluzioni su come muovere ed impostare la m.d.p. per seguire ed inquadrare i fatti che si susseguono e l’operato dei personaggi, anticipando tutta una serie di modi di girare che andranno in voga con gli anni successivi. Il tutto valorizzato dalle musiche ora evocative ora martellanti di Mark Isham.


L’elemento acquatico che ci viene mostrato nel film, nella pioggia/nel mare/nelle onde, è un’entità in egual misure creatrice che distruttiva. Dona la vita, porta alla rinascita ma anche al trapasso. Da essa ci originiamo e ad essa torniamo una volta giunti alla fine (che non equivale per forza alla morte di vecchiaia).


Mentre la natura dei protagonisti è propensa al cambiamento e al rischio che fa sentire vivi e dandogli coscienza di sé.


Entrambi fattori che li portano a spingersi oltre, dare di più ed essere qualcosa di più. Specialmente quando si desidera ardentemente qualcosa. Sfidando ciò che di norma non andrebbe sfidato e diventando così un tutt’uno con qualcosa che và oltre noi stessi. Disposti a pagare il massimo prezzo per poter fare ciò in cui realmente si crede, scuotere le coscienze e forse rammentare (al mondo e a noi) che siamo ancora vivi.


Mentre il punto di rottura che dà il titolo al film non è solo quello della tavola da surf che solca ed infrange l’onda ma è anche la perdita del controllo e delle certezze una volta che vengono varcati i confini etici, tutto questo vale sia per Bodhi che per Utah, senza far sconti a nessuno dei due. E sono questi confini sempre più labili che stanno a cuore alla regista, che infine abbatte le barriere del machismo muscolare e testosteronico, filtrandolo attraverso una lente più intimista.


Il rapporto che s’instaura fra Bodhi e Johnny Utah in certi momenti quasi sfiora l’attrazione sentimentale non dichiarata.


In conclusione, “Point Break” è un prodotto di genere che unisce molteplici declinazioni di generi e sottogeneri: un western urbano ambientato sulle spiagge californiane, un’agrodolce storia di coming-of-age dal finale lievemente amaro, un thriller d’azione, un poliziesco con risvolti sociali e psicologici.


Un film bomba come pochi e difficilmente ripetibile.


Impagabili infine tutti i doppiatori chiamati a raccolta dal Re Mida Renato Izzo: da un Mario Cordova a dir poco perfetto su Patrick Swayze, un’efficace Mauro Gravina sull’allora giovane Keanu Reeves, un divertentissimo Pietro Biondi su Gary Busey e un’azzeccata Giuppy Izzo (figlia più giovane del Renato) su Lori Petty.

VOTO: 8+


#KathrynBigelow #KeanuReeves #PatrickSwyze #GaryBusey



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