POSSESSION (1981) - Il capolavoro di un visionario mai abbastanza celebrato



TRAMA: Berlino Ovest, 1980, Mark è una spia e padre di famiglia di ritorno a casa da una misteriosa missione. Una volta rientrato però scopre che la graziosa moglie Anna vuole divorziare e comincia a manifestare degli strani atteggiamenti, che spesso sfociano in liti violente ed isterie improvvise.

Reso paranoico dalla gelosia e il senso di possessione (e mentre una maestra d’asilo stranamente somigliante alla moglie si prende cura del loro figlioletto alla maniera d’una baby-sitter), cerca di far chiarezza sulla situazione e ingaggia un detective privato per scoprire se Anna nasconde un amante.


Peccato che poco a poco si scoprirà che il presunto amante è una creatura mostruosa tentacolare partorita (?!) dalla stessa donna. Mentre cominciano ad aumentare le misteriose sparizioni di chiunque osi avvicinarsi a Lei o spiarla, e man mano che il rapporto fra i due ex-coniugi si fa sempre più teso, quest’orrido essere inizia a mutarsi in un subdolo doppelganger di Mark.

ANALISI + CONSIDERAZIONI: descrivere, analizzare/affrontare e visionare “Possession” non è per niente facile. “Possession” è la rappresentazione della catarsi dell’animo umano, del caos e del tutto, di una vita matrimoniale che viene fatta a brandelli, della creazione (nella quale vengono rigettate tutte le repressioni che una persona può sopportare) che però porta distruzione (voluta) e il rigetto di tutti i dogmi. Rappresentazione che vive dei suoi numerosi simbolismi, delle viscerali e disturbanti prestazioni attoriali (spesso sopra le righe ma sempre credibilissime) e della messa in scena – d’altronde per Zulawski il cinema dev’essere come la coda di un pavone: un ampio e variegato mosaico del possibile che si concretizza su celluloide.

Potremmo considerarlo un thirller-horror psicologico con derive surreali? Sarebbe la definizione più vicina ma ancora non basterebbe per classificarlo, poiché si spinge oltre ogni classificazione. L’orrore e la paura che può suscitare vengono soprattutto “mostrati” dagli attori che li subiscono, li assimilano e li trasmettono.


Si potrebbe parlare per ore di quanto Isabelle Adjani sia in stato di grazia in quello che probabilmente è stato il ruolo della vita: figura di una bellezza allarmante che trascende gli standard e le mode [minuta, viso angelico, occhi immensi, chioma mossa e corvina], capace di passare in un batter d’occhio da moglie-madre amorevole e devota a raptus isterici, scatti di furia masochistica ed omicida, passando dall’innocente vittimismo alla cattiveria più insinuante.


Emblematica l’inquietante sequenza in stazione, nella quale si abbandona al più completo delirio spasmodico, dimenandosi/contorcendosi selvaggiamente e distruggendo la spesa [uova e latte, simboli di creazione e sostentamento che vengono ripudiati].

Oppure come non ricordare i momenti nei quali buca la quarta parete, volgendo lo sguardo (ora disperato e stranito ora ambiguo e apparentemente quieto) agli impotenti spettatori o quando comincia a avvertire l’abbandono e l’indifferenza della Divinità che inutilmente prega per la salvezza.

Bravissimo anche l’allora giovane Sam Neil (non ancora avventuroso archeologo in “Jurassic Park” né romanziere impazzito de “Il Seme della Follia”), del calmo-composto marito e capofamiglia Mark, reso geloso, carnalmente possessivo e psicologicamente violento non solo per la auto-distruttiva situazione matrimoniale o per le cose shoccanti che scoprirà ma anche per la vita spionistica che conduce, finendo col divenire anch’egli una vittima di tutto ciò.

La creatura tentacolare (costruita con maestria dal nostro Carlo Rambaldi) è sia Dio che il Demonio resi ad un morbo. Incarna il senso di colpa e il disprezzo che Anna prova per il compagno e per sé stessa. La rinuncia della Fede e della Realtà che convivono dentro di Lei (entrambi elementi che non possono escludersi né spiegarsi) equivalenti alla rinuncia d’ogni logica in un mondo diviso, ignorante e bestiale (come IL Muro che divideva le 2 Germanie) che si sta facendo dominare dal caos. MA non solo: rasenta anche la proiezione tangibile dell’IO creato da un senso di estremo narcisismo e motivato dall’esigenza di negare la caducità delle cose/delle persone/del tempo/dei valori e della morale. Un riflesso che però diviene dominante man mano che si ciba (e si fortifica) dei rimorsi della sua creatrice.

Tutto questo ribollire d’idee, simbolismi, situazioni e tensioni/nevrosi/deliri viene orchestrato magistralmente da un Zulawski, anch’egli in uno stato di brutale grazia. Usando sapientemente il montaggio, i piani sequenza, le inquadrature e i frenetici movimenti di macchina a mano. Scegliendo di ambientare la storia vicino al Muro di Berlino, come a voler donare ancora più un senso di tensione e chiusura interni alla vicenda e ai personaggi. Accentuando i colori blu, verdi, grigi e marroni (come per dare un maggior senso di sporcizia ed apatia), lasciando che l’unico colore luminoso sia il rosso del sangue che sgorga. Inondando di raptus di follia, permanente inquietudine, dolore e pessimismo cosmico, che raggiungeranno lo zenith in un finale apocalittico e malato.


Roba da far esplodere il cervello a fine visione, qualora non fosse già esploso prima! Tra il Lovecraft-iano e il Polanski più malefico. Da brividi le striscianti musiche al synth di Andrzej Korzynski (già collaboratore del regista ai tempi di “Diabel”).

In conclusione, ci troviamo di fronte ad un autentico e disturbante Capolavoro, forse non per tutti ma dalla potenza immane (quasi repellente). Come in pochi se ne sono visti e come in pochi sono stati fatti. Farà malissimo e spiazzerà ma potrebbe anche lasciare estasiati. Di sicuro non ce lo si dimentica tanto facilmente.


VOTO: 9

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