PREDATOR (1987) – Un inno all’antimilitarismo?



Predator è un film del 1987, diretto dal grande regista action John McTiernan (“Trappola di Cristallo”, “Caccia a Ottobre rosso” e “Die Hard-Duri a morire”, tra gli altri) ed interpretato da un cast d’eccezione che vede la presenza di Arnold Schwarzenegger nel ruolo del protagonista, Carl Weathers (famoso al grande pubblico per aver interpretato Apollo Creed nella saga di Rocky), Shane Black (futuro regista del reboot The Predator del 2018), Jesse Ventura, Bill Duke e il compianto Sonny Landham (visto anche ne “I guerrieri della notte”, “48 ore” e “Sorvegliato speciale”).


Imbattutosi in un manipolo di soldati scelti per un’importante missione di salvataggio in un punto imprecisato dell’America Centrale, un misterioso e spietato alieno, giunto sulla Terra a caccia di “trofei”, dà la caccia a questi uomini, che cadono l’uno dopo l’altro, vittime della sua furia. Solo uno di loro troverà la forza di combattere per la propria vita, sfidando l’alieno in un vero e proprio duello all’ultimo sangue.


Predator è innanzitutto la storia di un inaspettato cambio di rotta narrativo.

Nonostante una prima scena “misteriosa” (in cui si vede un’astronave da cui si sgancia una capsula che sembra atterrare sulla Terra), il film parte raccontandoci delle imprese di un gruppo di soldati, inviati nella giungla del Centro America per recuperare degli ostaggi. La missione è difficile, ma Dutch e i suoi uomini sono più che preparati ad affrontarla.


In effetti le cose sembrano andare per il meglio, almeno per la prima parte della pellicola.

Poi qualcosa cambia.

Questo cambiamento avviene con una gradualità tale da instillare negli occhi e nell’animo degli spettatori una sempre più crescente tensione. Il capovolgimento serpeggia lentamente nella fitta ed intricata giungla, con la telecamera che sfiora alberi e piante e il sonoro che gioca alla perfezione il suo ruolo con rumori sospetti, versi di animali, urla e un costante strusciare.


Quelli che all’inizio pensavamo fossero i cacciatori acquisiscono gradualmente la sensazione che qualcosa li sta braccando, invisibile, inesorabile, inevitabile trasformandoli a poco a poco in prede disarmate e disorientate, senza alcuna via di scampo.


La presenza dello spietato mostro venuto dagli angoli remoti dell’Universo all’inizio è assolutamente inafferrabile e sfuggente. Ciò rende la creatura ancora più inquietante e spaventosa.

La morte, rappresentata di fatto dai cadaveri spellati e lasciati in giro appesi ai rami degli alberi, è l’unica sua impronta tangibile. Indizio della sua costante presenza è la visione dell’ambiente circostante attraverso i suoi occhi: McTiernan ci porta dentro un visore termico a infrarossi (che consente al mostro di cacciare seguendo l’aura di calore delle sue prede, n.d.a.), facendoci immergere nei panni dell’alieno e ascoltare i suoni confusi e ovattati dell’ambiente circostante così come da lui percepiti.


Solo più tardi ci vengono mostrati la sua sagoma ancora non del tutto definita (il mostro utilizza un sistema di difesa che gli consente di mimetizzarsi nell’ambiente circostante), i suoi terribili occhi “che spariscono” e i suoi artigli affilati, che nel silenzio della giungla più profonda lacerano le carni delle sue vittime.


Pur manifestandosi in tutta la sua innaturale e terrificante forma solo verso la fine del film, l’orrore negli occhi dei soldati che gli si parano davanti è indice che siamo di fronte a qualcosa di totalmente inaspettato e devastante nella sua ferocia ed aggressività.


“Quando ero piccola venne trovato un uomo che era stato ridotto a pezzi. Le donne del paese nel vederlo si facevano il segno della croce e mormoravano strane frasi senza senso: El cazador trofeo de los hombres…

Poi accadde ancora nelle estati più calde e questa sarà un estate torrida… El cazador trofeo de los hombres significa il demone che riduce gli uomini a trofei.”


Il Diavolo si è materializzato nella giungla.

Niente e nessuno lo distoglieranno dal suo obiettivo finale: portare sangue e morte tra gli uomini, totalmente inermi innanzi a tanta forza e famelica determinazione.


“Laggiù c'è qualcosa in agguato…e non è un uomo…Moriremo tutti!”


Il Maggiore Dutch (Arnold Schwarzenegger) è la classica figura dell’eroe, tipica del cinema action americano dell’epoca. Fisico statuario forgiato da anni di servizio militare, bicipiti in mostra, aria da duro sicuro di sé, sigaro in bocca, costantemente accompagnato dalla stima, ammirazione e lealtà dei suoi compagni, in un clima di grande cameratismo.


Il messaggio bellico, di stampo reaganiano, (portato dalle numerose scene di sparatorie, esplosioni ed omicidi) sembra trovare in Predator una naturale trasposizione cinematografica. Ed è così, almeno nella prima parte del film.


Col passare dei minuti ci rendiamo conto che Predator si sta trasformando in qualcosa di molto più complesso e metaforico.

La morale vera e propria del film arriva dal principio che guida la mano del villain: l’alieno uccide solo persone armate. Possedere un'arma significa tradire le regole del suo gioco “primitivo”, fatto di forza, di astuzia e di invincibile senso dell’onore. Chi è armato diventa un bersaglio, una preda meritevole di essere cacciata ed uccisa.


Il mostro non risparmia nessuno dei nemici che gli palesano anche un minimo afflato di ostilità, lasciando invece scappare chi – come il personaggio di Anna (interpretata da Elpidia Carrillo, già vista in “Salvador” di Oliver Stone n.d.a.) – sembra nutrire un senso di singolare affezione e ammirazione, miste a paura, nei suoi confronti.


Dutch è il campione del genere umano, rimasto totalmente solo ed in balia di un avversario implacabile ed apparentemente invincibile. Seppur terrorizzato, accetta tuttavia lo scontro… anzi, è Dutch stesso a sfidare il nemico a duello.


Avendo capito il modus operandi del nemico, lentamente comincia a logorarlo, mettendo in atto tutta l’esperienza maturata sul campo, in una sorta di partita in cui in gioco non c’è solo la sua vita, ma anche la superiorità della specie umana, con la sua intelligenza e capacità di adattamento (o almeno anche così mi è piaciuto, sin da ragazzino, interpretare il duello finale, n.d.a.), sulla crudeltà ed efferatezza di un nemico sconosciuto.

Si cosparge di fango (in modo da non essere visto dal nemico) e si priva dei fucili, armandosi di sole lance, arco, frecce e coltelli. Lo scontro torna quindi ad una dimensione quasi tribale e arcaica.


Questa sorta di tacito “accordo” viene rispettato anche dal Predator, che si spoglia di tutte le armi tecnologiche in suo possesso e della sua maschera, mostrando al soldato il suo vero volto da “mostro schifoso” (cit.).


Per la creatura uccidere è un vero e proprio sport (non a caso considera i cadaveri come trofei e i crani come cimeli da custodire ed accarezzare), uno sport in cui però bisogna essere leali [tale concetto sarà poi ripreso in tutti i sequels del film, n.d.a.].


Questa strana e controversa forma di correttezza che porta ad una sorta di "sana competizione" può senz’altro costituire un messaggio antimilitarista (da intendersi come implicita opposizione ai programmi di armamento bellico e all’utilizzo degli eserciti e delle strutture militari in generale esclusivamente come portatori di guerra e violenza, n.d.a.).


La peculiare morale del film spinge così gli spettatori ad esplorare sotto la superficie, ovvero sotto quella corazza che metaforicamente avvolge non solo “i mostri”, che spesso si dimostrano incapaci – una volta battuti – di accettare la sconfitta, ma anche e soprattutto gli uomini: quegli uomini capaci di fare cose terribili ai propri simili, ma anche capaci di atti estremi di coraggio, di lealtà e di pietà nei momenti più disperati ed impensabili.

100 visualizzazioni2 commenti

Post recenti

Mostra tutti