Retrospettiva su "ZARDOZ" - (1974) di John Boorman

Ci sono titoli che anche a distanza di anni colpiscono per come furono realizzati e per i concerti che veicolavano, uno di questi è sicuramente "ZARDOZ", peculiare distopia del 1974 scritta/diretta/prodotta da John Boorman [regista di Un Tranquillo Weekend di Paura, Duello nel Pacifico, Excalibur, La Foresta di Smeraldo, L'Esorcista 2, Il Sarto di Panama].

Una pellicola fatta di suggestioni e simbolismi dati dall'unione di molteplici influenze date da varie riviste Pulp, l'iconografia Psichedelica in voga in quegli anni, "La Città & le Stelle" di Sir Arthur C. Clarke, "Il Mago di Oz" <da notare il giuoco di parole wiZARD-of-OZ>, alcuni scritti di H.G. Wells e il mito di Atlantide.

Un saggio sullo scontro tra l'ordine naturale (delle cose e degli individui) e un tipo di progresso aberrante, che parla anche di sfruttamento e manipolazione delle masse. 

Di come il progresso se mal incanalato dall'edonismo, il nichilismo e la mancanza di prospettive più ampie, calpesti leggi naturali nelle quali non dovrebbe interferire, portando così alla perdita dei valori e della morale.

Nella fattispecie gli abitanti del Vortex che pur vincendo la morte, incaricano le proprie forze armate di eliminare chi gli si oppone (facendogli pure credere di agire in nome di una qualche divinità), mentre i traditori vengono internati e lasciati deperire col passare del tempo e altri ancora fra di loro agognano la morte ma non potendo invecchiare mai finiscono per impazzire. Mentre altre fasce meno ignorano ciò che le altre sfere ordiscono per mantenere l'egemonia.

Tutti aspetti che esemplificavano certe inquietanti derive scientiste che ai tempi evidentemente preoccuparono Boorman.

Dove alla fine la risposta è un ritorno alla natura e a ciò che dà senso all'esistenza: la coscienza della nostra mortalità e per tanto approfittare al meglio del nostro tempo, farlo fruttare e dar vita a nuove generazioni (che magari possano essere migliori di come lo siamo stati Noi affinché non compiano gli stessi sbagli o degli altri peggiori).

Il tutto valorizzato dalla messa in scena epicheggiante del regista, gli spiazzanti colpi di scena, la costruzione della tensione, del climax, dell'andamento in crescendo e delle musiche composte dal flautista David Munrow (in particolare per l'utilizzo della "Settima Sinfonia" di Beethoven). Protagonista indiscusso e principale catalizzatore dei cambiamenti è l'anti-eroico Zed di un Sean Connery (doppiato da Adalberto Maria Merli) sorprendentemente credibile per come fu agghindato <perennemente semi-nudo e villoso con dei mutandoni scarlatti simil-sumo>, affiancato da una fascinosa e sprezzante (seppur non brillante per simpatia, il personaggio intendo) Charlotte Rampling.

Certo non è una pellicola perfetta o per tutti, dati da alcuni passaggi narrativi e di scrittura lasciati poco approfonditi (soprattutto su certi personaggi) e per l'abbondanza estetica e suggestiva diversa da qualsiasi altra cosa si fosse vista, però proprio per questo audace nella sua inventiva, libertà creativa e la sua vena provocatoria <emblematici la "rinascita" degli eletti in feti e la dimostrazione ammonitiva di un orgasmo, cose che al giorno d'oggi difficilmente lascerebbero vedere in un film...a meno che non vi chiamiate Takashi Miike o Sion Sono>. Fra i primi titoli di fantascienza a dimostrare di poter essere impegnata e pensante anche giocando la carta del racconto d'evasione.


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