SUBWAY (1985) - di Luc Besson



La vivace opera 2^ di Besson in piena esplosione della New Wave cinematografica francese


TRAMA…chiamiamola Trama: Fred, individuo stralunato sbucato fuori da non si sa dove, un giorno ruba dei documenti compromettenti d’un personaggio politico implicato con la mala e per sfuggire ai suoi sgherri si rifugia nella metropolitana di Parigi.


Qui stringe amicizia con alcuni strani individui reietti che abitano nelle zone nascoste della stazione e vivono di espedienti (guadagnandosi le antipatie della polizia) che ingaggerà come musicisti in un fantomatico complesso e nel frattempo instaurerà persino una relazione con Héléna la moglie del figuro derubato, annoiata e nauseata dallo stile di vita che questi gli impone di condurre. ANALISI: Eravamo giunti a metà degli anni 80. A poco tempo di distanza dall’esordio con “Le Dernier Combat” (un distopico in b/n), arrivò per Besson il momento dell’opera 2^ e così fu la volta di “Subway”, col quale il Nostro si affermò fra le voci più interessanti della nuova ondata cinematografica transalpina e fra i maggiori esponenti, assieme al collega Leos Carax, della corrente Cinéma du Look (di lì a poco sarebbero esplosi sia il dinamico duo formato da Jean-Pierre Jeunet & Marc Caro, allora animatori/effettisti dediti a cortometraggi sperimentali e videoclip musicali, che Gaspar Noè dall’estro visivo lisergico ed oltranzista. Ma questa è un’altra storia), corrente che vedeva la sostanza e la narrazione ridimensionate per essere messe al servizio della forma e dello stile, dando così maggior risalto alla componente visiva, all’estetica, l’uso virtuoso del montaggio/dei movimenti di macchina e alla bellezza nella messa in scena.


Un oggetto curioso questo “Subway”. Ambientato nel presente di allora, girato prevalentemente nella ben nota Métro parigina, popolata da individui atipici e figure ordinarie solo in apparenza in un miscuglio di generi. Inizialmente potrebbe sembrare un dramedy con tanto di caccia all’uomo ma ci sono poche battute per essere una commedia vera e propria o far ridere; però è così vivace e leggero nei momenti più seri per essere un dramma; ci sono i gangsters, una femme fatale e contesti noir se non addirittura polizieschi ma non sono preponderanti e le scene d’azione/d’inseguimento sono ridotte solo ad alcuni fondamentali momenti eppure il ritmo non ne risente; si respira un’aria fiabesca da musical ma i personaggi fiabeschi sono per lo più degli outsiders e la musica si manifesta in tutta la sua forza man mano che ci si avvia verso l’atto finale. Eppure la sua forza risiede proprio in questo suo essere un’insieme di cose diverse e nessuna di queste.

Ad illuminare la pellicola ci pensano le performance d’un Christopher Lambert, non ancora Highlander, inaspettatamente simpatico nei panni dello bizzarro quanto romantico protagonista Fred dalla capigliatura stralunata e dal passato misterioso, come illogiche risultano le sue intenzioni (sappiamo solo che ha la passione per le feste e non ama le casseforti); ma soprattutto di una radiosa Isabelle Adjani (già fattasi osannare grazie a “L’Inquilino del 3°Piano” di Polanski, “Possession” di Zulawski, “Driver” di Walter Hill e “Nosferatu” di Herzog) sulla sprezzante Héléna, magnetica, sfaccettata quanto basta e bella da mozzare il fiato ad ogni scena.


Malgrado la sua figura e la sua routine non vengano molto approfondite, la sua progressiva anti-borghesizzazione è piacevole da seguire. A funzionare sono anche i comprimari dove troviamo i bravi Richard Bohringer e Jean-Hughes Anglade (quest’ultimo se lo riporterà appresso in “Nikita”) rispettivamente lo scaltro ed affabile fiorista dall’eccezionale parlantina e un giovane scippatore munito di pattini; un voluminoso Michel Galabru nei panni del nervoso commissario di polizia e un buffo Jean Reno nel ruolo d’un batterista di poche parole che pensa solo a suonare.


Immancabile l’incalzante e suggestiva cornice Elettro-Funky-New Wave curata da Eric Serra (che tra l’altro interpreta il bassista/compositore della fantomatica band che Fred vuole mettere in piedi) sempre più partner-in-crime del regista.

Venendo infine al buon Luc conducente di questo treno di matti: la regia si dimostra già elegante e dinamica, abile nel gestire i tempi e le molteplici anime del racconto, riuscendo a raccontare un squarcio inedito e colorato quanto atipico della quotidianità e della vita di periferia, popolata da magnifici perdenti pronti a tutto che abitano e operano in quello che quasi potrebbe essere un mondo parallelo nascosto ad occhi indiscreti e con regole tutte sue. La Métro stessa è quasi un’enitità a sé stante.


Per quanto la scrittura possa risultare lievemente acerba e bonariamente ingenua in certi punti, talvolta comunicando senza dover dire o mostrare e lasciando alcune cose all’immaginazione dello spettatore (come il finale), il gioco riesce a funzionare, non ci si annoia (anzi è quasi rilassante) e la chimica fra i personaggi funziona, specialmente la strana love-story fra i due protagonisti. A suo modo divenne un piccolo cult e influenzò l’interessantissimo “Kontroll” di Nimrod Antal del 2003. Alla faccia del filmetto e chiamateli scemi.

Per certi versi uno dei titoli più anarchici della filmografia di un cineasta audace che avrebbe marchiato a fuoco gli anni ‘90 con pellicole quali “Nikita” (con il quale consacrerà l’action al femminile), “Léon” (questo poi farà scuola, tutt’oggi il suo capolavoro) e “Il Quinto Elemento” (uno dei Blockbuster non-americani più costosi mai fatti e di maggior successo) che sarebbero diventati cult immediati, per poi continuare a far parlare di sé (anche come produttore e creativo) persino nel Nuovo Millennio pur non raggiungendo i livelli di ispirazione ed incisività degli anni migliori ma continuando a dimostrarsi un autore appassionato, divertito e un maestro d’estetica che non sbaglia mai un’inquadratura.

Gradevole infine il doppiaggio dove figurano un Sergio Di Stefano (r.i.p.) su Lambert al quale aggiunge un qualcosa in più, un'elegante e sbarazzina Vittoria Febbi sulla Adjani, Manlio De Angelis (r.i.p.) e Sandro Acerbo rispettivamente il fioraio e il pattinatore e Sergio Graziani (storica voce del Professore in Futurama, r.i.p.) sul Commissario.

VOTO: 7+

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