The FALL - (2006) di Tarsem Singh

L’Escapismo che incoraggia a vivere ed andare avanti


TRAMA: Los Angeles, 1915, in un ospedale situato nella periferia della città viene ricoverato lo stunt-man Roy Walker, in seguito ad un’incidente sul set del 1°film al quale aveva preso parte e che gli ha provocato una momentanea paralisi alle gambe.


Durante la permanenza stringe amicizia con la piccola Alessandria (di origini rumene, anche lei paziente dell’ospedale in seguito alla rottura d’un braccio durante una raccolta agricola), alla quale racconta d’immaginifiche storie d’avventura che vedono un manipolo di bizzarri quanto intrepidi personaggi alle prese con un infame governatore spagnolo reo di aver recato offesa e torti ad ognun di loro.


Roy però sembrerebbe avere un fine nascosto: guadagnarsi la fiducia della bambina affinché rubi per lui della morfina con la quale spera di potersi suicidare, in quanto crede rovinata la propria carriera a causa dell’incidente e la sua vita ormai sembra non aver più scopo in seguito alla cornificazione da parte della sua ragazza con l’attore al quale aveva fatto da controfigura.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: Erano passati 6 anni dall’esordio sul grande schermo di Tarsem Singh (cineasta indiano fattosi le ossa come videoclipparo) con l’interessante techno-thriller onirico “The CELL” che vedeva protagonisti Jennifer Lopez (in una delle rare occasioni dove sono riusciti a farla recitare), Vince Vaughan e un disturbante Vincent D’Onofrio, con il quale mise in mostra il suo stile unico e la sua potente visione estetica.


Dopo una serie di ingaggi mancati a causa dello scetticismo delle major [il film su Costantine/Hellblazer andato poi a Francis Lawrence; un possibile adattamento di una delle opere di Jules Verne e una trasposizione bollywood-iana dell’Amleto di Shakespeare], il Nostro non si perse d’animo e viaggiò per il mondo alla ricerca dei setting ideali con i quali plasmare la sua 2^opera (attraversando India, Spagna, Sudafrica, Italia, Bali, Turchia, Asia, Egitto e le isole Fiji).


Prendendo spunto da un film bulgaro degli anni ‘80, si auto-finanziò e si fece patrocinare d’altri due stimati colleghi che come lui sapevano quanto ingrato e insidioso potesse essere il circuito Hollywood-iano, tali David Fincher e Spike Jonze <a loro volta ex-videoclippari, chi meglio di loro?>. Da tutte queste circostanze nacque: “The FALL”. Ancor oggi potremmo considerarlo non solo il suo film migliore e più personale ma una vera e propria opera d’arte impressa su celluloide.


Se da un lato la regia del Tarsem è fluida e sinuosa (così come il ritmo), senza lesinare in virtuosismi con la macchina da presa, la parte del leone lo fa l’estetica: un meraviglioso caleidoscopio di colori forti e densi ma mai aggressivi, scenografie impressionanti senza ricorrere ad alcun green-screen, geometrie e coreografie visive come di rado se ne girano, richiami al surrealismo di M.C. Escher e Salvador Dalì e costumi straordinariamente vistosi (ad opera della stessa creativa del Dracula Coppol-iano).


Già solo con la sequenza iniziale in b/n al rallenty con in sottofondo il 2°movimento della 7^sinfonia di Beethoven (o di quella in stop-motion che rappresenta una delle scene più crude) ci fa capire la portata della potenza artistica e della messa in scena che il regista ha preparato minuziosamente e scelto di mettere in gioco.


Mentre a livello tematico i simbolismi e i sotto-testi abbondano: dal racconto epico e “la chanson de geste” al realismo magico, dalle teorie sull’evoluzione e la selezione naturale delle specie ai malintesi e paradossi storico-ideologici, passando per i richiami al folklore di svariati popoli (con tanto di rituali misitici) e i conflitti fra la Francia e la Spagna. Giungendo al racconto meta-cinematografico, lo sfruttamento, la mancanza di meritocrazia e la ricerca di un’epifania.


Naturali e genuine risultano le performance dei personaggi, alcuni molto bizzarri ma divertenti da seguire [da un giovane Charles Darwin con mascotte scimmiesca, un loquace guerriero africano, un italiano esperto di esplosivi e uno stregone partorito dall’auto-combustione di un albero].

A primeggiare su tutti però troviamo Roy interpretato dal bravo e allora misconosciuto Lee Pace (Ronan dei “Guardiani della Galassia” e il padre di Legolas ne “Lo Hobbit”) nei panni di Roy (e dell’immaginifico bandito mascherato che non sa nuotare) e la piccola Alexandria interpretata da Catinca Untaru, vera star del film (che ha appreso l'inglese sul set recitando, per tanto la sua pronuncia imperfetta aumenta la spontaneità della sua performance). Entrambi cuori pulsanti e anime complementari della storia.


Da una parte un uomo rassegnato dalla propria sorte e dalle opportunità che gli sono state apparentemente precluse, il cui desiderio di farla finita si fa sempre più forte ed insidioso se non fosse che lo slancio vitale gli viene restituito un po alla volta dall’amicizia che instaura con la curiosa ragazzina il cui entusiasmo ed innocenza lo spronano a creare un lieto fine dove questi ormai credeva non potesse esserci più spazio, a liberarsi una volta per tutte del superfluo e di quanto negativo gli è accaduto, fino a renderla parte integrante delle storie che racconta verso la metà del film.


Si vede e si sente con quanta pazienza e dedizione il regista si sia divertito a condurla ciak dopo ciak, tanto da nasconderle inizialmente che Lee Pace non fosse realmente paraplegico (con risultati esilaranti nei dietro le quinte).


La caduta che dà il titolo al film, più che la conseguenza ad un trauma fisico va interpretata come la caduta in una desolazione personale dalla quale è difficile rialzarsi e che non permette di trovare altre prospettive. Ma è anche cadendo che s’impara a restare stabilmente in piedi, a testa alta e riordinare la propria vita.


Giungendo ad un finale commovente dove un lieto fine non era proprio scontato, con il quale la deliziosa bambina dimostra al narratore quanto siano importanti i sogni, le favole che si raccontano, gli insegnamenti tratti e la narrazione stessa in quanto realmente capaci di salvare una vita.


Come per “Holy Motors” del 2012 di Leos Carax, che il cinema sia destinato al nulla oppure no, resta ancora uno dei luoghi migliori (non solo fisici) dove sognare e far sognare, dove la forma si fa sostanza, i gesti e le immagini divengono arte, ciò ch’è fittizio diventa reale, tutto è possibile e l’immaginazione si fa potere e forza di volontà. Ciò continuerà a stimolare i creativi a volercisi cimentare e le persone ad assistervi, fantasticarci e trovarci ciò che vogliono.

VOTO: 8+


#TarsemSingh #Surrealismo #Meta #Fantasy #LeePace

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