The TRAGEDY Of MACBETH (2022) di Joel Coen [A24/AppleTv+]

Il Dramma Epico Shakespeariano secondo la Poetica cinematografica di un Coen per la 1^volta in solitaria La TRAMA E’ SEMPRE QUELLA: Scozia, Basso Medioevo, MacBeth è cugino di Re Duncan, nonché uno dei suoi condottieri più valorosi. Dopo una vittoriosa campagna bellica, contro i regni di Norvegia e Irlanda, assieme al compagno d’arme Banquo viene avvicinato sul campo di battaglia da 3 streghe che gli predicono che nel giro di breve tempo sarebbe stato dapprima promosso e più avanti sarebbe divenuto nuovo reggente della Scozia. Incoraggiato dalla propria moglie, uccide Banquo (unico testimone della profezia e a sua volta predetto come il padre di una stirpe di nuovi regnanti) e il di lui figlio, si sbarazza di chiunque possa ostacolare la sua scalata al potere, arrivando ad assassinare nel sonno il suo stesso sovrano e poi a sterminare il clan MacDuff (che dal ritorno dalla guerra erano divenuti sospettosi nei suoi confronti).


Viene incoronato ma la brama del potere gli fa perdere progressivamente la ragione, rendendolo un tiranno sempre più paranoico. Finché un giorno le 3 fattucchiere gli si ripresentano annunciando l’arrivo di colui che porrà fine al suo dominio (il vendicativo Malcolm, unico superstite del clan MacDuff).

PERCHE’ FUNZIONA ANCORA? Alla sua 1^impresa filmica senza il fratello Ethan e dopo aver contribuito a scrivere pagine importantissime della Storia della 7^Arte, il solo Joel Coen decide di cimentarsi con una nuova trasposizione di una delle più celebri opere di William Shakespeare. Cosa non facile date le tante le trasposizioni già esistenti, di cui l’ultima datata 2015 (quella patinatissima e martellante di Justin Kurzel con Michael Fassbender e Marion Cotillard), per poter mostrare qualcosa di originale o inedito.

Eppure, senza dover per forza dimostrare niente a nessuno, senza dover cedere all’influenza di G.o.T., dei Blockbuster in costume o a qualsiasi propensione commerciale/mainstream, il Nostro ce la fa. E alla grande!


Dando vita ad una pellicola che racchiude tutto ciò che ha reso grande lo scritto del Bardo ma anche un omaggio fatto nelle trasposizioni del passato senza assomigliare del tutto a nessuna di queste ma, anzi, mantenendo una propria voce e i tratti distintivi del suo modo di fare cinema, di raccontare situazioni complesse e personaggi imperfetti e/o controversi. Spostando i toni e le impostazioni dalla tragedia a lidi più da thriller psicologico, conferendo una forza inaudita al linguaggio delle immagini e dell’estetica (oltre a quello della recitazione), mentre il dramma permane (com’è giusto che sia).

Il MacBeth e la sua Lady qui non sono più giovani e fascinosi ma permangono disposti a tutto pur di coronare i loro sogni di gloria e potere. Spossati dallo scorrere impietoso del tempo ed impossibilitati a procreare ma ancora capaci di rodersi per non aver ottenuto nella vita ciò che più volte gli è stato precluso, bramando una rivincita ad ogni costo. Travalicando ogni concetto di lealtà, dignità, onore e vanificando ogni amicizia stretta. Cedendo alle proprie pulsioni, sprofondando nella spirale che hanno innescato, perdendo le loro identità ed essenze.

Il Nostro Joel gira con una mano elegante e attenta, sfruttando inquadrature, carrellate, movimenti di macchina e tagli di luce con fare geometrico. Asciugando la materia teatrale dove serve e mantenendo la forza e il significato dei dialoghi.


Il ritmo si prende i suoi tempi ma il coinvolgimento non manca e, quando serve, sa come incalzare (inoltre il fatto che duri solo un’ora e 45 aiuta). Gli spazi circostanti sono trattati alla pari di un enorme teatro, spogliato da ogni orpello per badare all’essenziale, come a fortificare l’universalità senza tempa della storia: i castelli sono dati principalmente da colonne e strutture ad archi; mentre gli scenari esterni sono spogli, sporchi e selvaggi.


Scelta poi azzeccatissima si rivela quella di girare in bianco e nero con un formato in quattro terzi e una fotografia densa, rarefatta e cromata, donando al tutto un maggior senso di solennità e decadenza. Facendo trasparire ad ogni frame propensioni espressioniste ma anche omaggi a quanto fatto da Orson Wells, Polanski, Kurosawa, Bergman, Dreyer, al surrealismo e persino alla Nouvelle Vague di Rohmer.

Ma la grandezza di questo film non si ferma solo a questo, ma si propaga anche nella tangibilità, la suggestione e l’immersione dati da ogni espediente visivo e scenografico messo a in campo. Il minimalismo degli spazi chiusi evoca la crisi dei valori e la perdita del senno, mentre il formato scelto per girare aumenta il senso complessivo di straniamento e claustrofobia. Il suono del sangue che sgorga o gocciola ha una valenza non molto dissimile al clangore delle armi che sferzano l’aria, collidono tra loro e penetrano le carni. Arrivando persino a farci provare l’umidità, la densità volatile e il gelo della nebbia, come se questa davvero uscisse dallo schermo.

Le musiche di Carter Burwell, infine, donano al tutto un maggior senso epico vaporoso e fortemente evocativo.

Ultimo ma non meno fondamentale l’apporto degli attori. Da un Denzel Washington <sempre doppiato da Pannofino> tanto atipico e dissonante quanto insospettabilmente azzeccato nei panni del tormentato protagonista. Fin da quando lo vediamo riesce ad esercitare un magnetismo ed un rigore che ci impedisce di distogliere l’attenzione ad ogni cosa che fa o dice o ad ogni sguardo che pone (anche quando sfiora l’over-acting risultando sempre quadratissimo). Il suo è un MacBeth stanco ma ambizioso e determinatissimo, tanto da diventare morboso, spietato ed inflessibile.


Passando per un’ottima Frances McDormand (moglie e partner-in-crime del regista) volutamente distaccata, brutale e arrivista nei panni di colei che fondamentalmente diviene la miccia che fa detonare questo concatenamento di efferatezze, per poi pentirsi troppo tardi di ciò che ha contribuito ad scatenare.


Per non parlare di una inquietantissima Kathryn Hunter (già fattucchiera per il nostro Matteo Garrone e in “Harry Potter & il Calice di Fuoco”) ad incarnare una strega una-e-trina che si fa sempre più ambigua ad ogni sua apparizione, anche solo contorcendo il suo corpo in pose raccapriccianti, declamando con toni gutturali le sue visioni o penetrando l’anima degli spettatori col suo sguardo spiritato.

In conclusione, il MacBeth Coen-iano è un’opera immane, girata/recitata/musicata da padreterno. Universale nei concetti, nelle tematiche e nel dramma. Un non-luogo dove l’irreale diviene reale e i confini fra cinema e teatro vengono infranti.


Perfettamente in linea con la poetica autoriale del Nostro, in quanto ciò che veicola è sempre stato presente in (quasi) ogni pellicola che abbia diretto: il fallimento di ambizioni avide e malsane di individui piccoli che vogliono ardentemente farsi grandi e avere ciò che non hanno mai avuto incuranti del costo e delle conseguenze, credendosi predestinati ad una qualche grandezza, sporcandosi le mani, travalicando principi etici ma finendo per perdere il controllo di tutto quel che hanno innescato e non riuscire più a conviverci, pur tentando in vano di rimanere attaccati fino all’ultimo a quel che credono di aver conquistato. Anche quando la fine giunge inesorabile ricordandogli quanto siano insignificanti e abietti.

Non più cinema, né spazio-teatrale né tanto meno un esercizio di stile. Solo pura ed integrale arte in movimento che trascende i tempi, i luoghi e le tendenze. Altro centro pieno sia per questo leggendario cineasta che per la beneamata A24. L’unico vero peccato è stato quello di non distribuirlo in più sale internazionali. VOTO: 9/10


#A24 #JoelCoen #DenzelWashington #WilliamShakespeare


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