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THELMA & LOUISE (1991) di Ridley Scott

L’immortale Manifesto cinematografico dell’Emancipazione Femminile secondo Sir Ridley


TRAMA: primi anni ’90, Louise è una cameriera quarantenne di un diner insoddisfatta dal proprio mestiere e da una relazione con un aspirante musicista che pur amandola è spesso altrove. La sua amica Thelma è invece una casalinga trentenne sposata con uomo anaffettivo, sessista e fin troppo pieno di sé. Un giorno decidono di concedersi un weekend on-the-road tra le montagne a bordo di una Ford Thunderbird, senza dire nulla ai rispettivi coniugi.


La sera, durante un attimo di sosta in locale country-western, Thelma viene corteggiata da un bell’imbusto della zona che successivamente tenta di approfittarsi carnalmente di lei, se non fosse che Louise interviene con una pistola ed impedisce il compiersi di tal violenza. Peccato che cedendo alle provocazioni di quest’ultimo, perda la testa e gli spari uccidendolo sul colpo. Sfiduciate dalle possibili testimonianze dei clienti del locale e dal timore che in aula di tribunale la loro causa di legittima difesa rischierebbe di essere respinta, cercheranno di fuggire in Messico finché non si saranno calmate le acque. Sulle loro tracce si mette l’ispettore Hal Slocumb, che contrariamente ai superficiali colleghi di polizia, pur dovendole perseguire in nome della legge, intende offrir loro ogni mezzo possibile perché la loro versione dei fatti venga accolta con favore e non vengano ingiustamente incarcerate.


ANALISI & CONSIDERAZIONI: gli anni ‘90 avevano preso piede, quella di “Thelma & Louise” era una sceneggiatura che passava da diverso tempo di mano in mano, da studio a studio senza che nulla venisse fatto, finché un bel giorno non capitò fra le mani della MGM che scelse di affidare il progetto a Ridley Scott che da poco stava rinascendo grazie a “Black Rain” (mentre alcuni suoi titoli precedenti stavano venendo rivalutati). E non poterono fare scelta più azzeccata.


Dopo aver esplorato ambientazioni (sia metropolitane che di fantasia) dalle tonalità cupe ed atmosfere opprimenti, con questa nuova pellicola, il cineasta ebbe così modo di espandersi verso spazi aperti, tonalità calorose e colorazioni più accese. Il tutto valorizzato da una messa in scena più ad ampio respiro e dalle musiche di un Hans Zimmer (allora alla sua 2^collaborazione con il regista) in gran spolvero, con le quali riuscì a veicolare libertà, spensieratezza, dramma ed epica.


A farsi cuori pulsanti e spiriti liberi della pellicola sono le due protagoniste interpretate da Susan Sarandon (ai tempi conosciuta soprattutto per “Rocky Horror Picture Show”, “Miriam si Sveglia a Mezzanotte” e “Le Streghe di Eastwick”) e Geena Davis (ex-modella fattasi apprezzare grazie a “La Mosca” di Cronenberg e “Beetlejuice” di Tim Burton), rispettivamente Louise e Thelma [doppiate alla perfezione dalle cugine Rossella Izzo e Loredana Nicosia]. La 1^incarna una donna forte e risoluta alle prese con un mestiere ridondante, una relazione meno soddisfacente di quanto sperasse e con un passato difficile che l’ha profondamente segnata (anche se cerca di non darlo a vedere); mentre la 2^ è più benestante ma oppressa da una vita matrimoniale e privata priva d’affetto, stimolo e libertà individuale, spesso in buona fede per quanto un po ingenua, ma capace di grande determinazione pur di rimediare ai propri sbagli.


Entrambe si completano a vicenda e la loro amicizia e ricerca di felicità finirà per diventare qualcosa di più profondo e sovversivo. Entrambe ci vengono mostrate e fatte evolvere all’interno della storia senza filtri ed edulcorazioni. Entrambe con i loro pregi, difetti, forze e vulnerabilità, facendoci provare empatia e coinvolgimento senza per forza giustificare alcune loro azioni ma senza neanche vittimizzarle o commiserarle più del dovuto.


A spiccare fra i comprimari vi sono ovviamente un’efficacissimo Harvey Keitel [doppiato da quel Pietro Biondi che successivamente avrebbe ritrovato in "Pulp Fiction"] nei panni dell’Ispettore Slocumb, un personaggio tenace e fortemente ligio alle regole, ma proprio in virtù di questo, pur dovendo perseguire le 2 protagoniste è ben conscio che il loro, per quanto spropositato, è stato un atto di difesa e disperazione ed è fortemente motivato affinché non vengano incarcerate come criminali (subendo le peggiori angherie e vessazioni sociali), possano essere ascoltate in tribunale e la loro testimonianza venga ben accolta. Anche se purtroppo i suoi superiori e le incresciose pieghe degli eventi lo metteranno alle strette.


Abbiamo un Brad Pitt allora pressoché sconosciuto nei panni di JD [doppiato da un altrettanto giovane Massimo Lodolo], spensierato e dissoluto ragazzone ruspante che riesce a convincere le 2 donne a farsi dare uno strappo, si finge studente ma in realtà è un rapinatore. Seduce e si concede una notte di passioni con Thelma per poi volatilizzarsi il giorno dopo lasciando al verde entrambe (salvo poi essere acciuffato e aspramente ammonito da Slocumb per la bravata che ha compiuto con la quale ha messo ancor più in difficoltà le 2 fuggiasche). C’è poi un Michael Madsen [con la voce di Mario Cordova] nei virili panni di Jimmy, amante di Louise, che, assieme all’Ispettore di Keitel, è fra i pochissimi personaggi maschili realmente ben intenzionati di questa storia e che tenta di venire incontro alle due donne. Egli dimostra di tenerci veramente a Louise ma la sua natura sfuggente che spesso lo allontanano da Lei per inseguire l’affermazione artistica/sogni di gloria e l’enorme difficoltà della donna a fidarsi completamente degli uomini dopo quanto accadutole da ragazza, impossibilitano la stabilità della loro relazione. Mentre infine lo squallido marito di Thelma interpretato da Christopher McDonald è il tipico personaggio che si ama odiare.


“Thelma & Louise” è cinema femminista purissimo, ancora avanti per i tempi in cui uscì e successivamente difficile da riproporre con altrettanta efficacia. E non si ferma qui: è una celebrazione della ricerca di emancipazione, libertà e coraggio nel perseguire delle decisioni e portarle fino in fondo (a qualunque costo).


Se il cinema è un mezzo per evadere da una realtà opprimente e sognare un avvenire migliore da poter un giorno concretizzare, il film in questione si fa veicolo portante di questo concetto (come l’autovettura guidata dalle protagoniste). Inoltre, ha il pregio di declinare il western urbano (cosa che per certi versi è con quei suoi paesaggi vasti, le strade polverose, le città di frontiera e i suoi personaggi sfaccettati) al genere femminile quando fino ad allora lo si si identificava in un pubblico ed un immaginario esclusivamente maschili. In tal senso risultò innovativo.


Una denuncia a certe condizioni che vedono le donne ancora ridotte ad oggetti o come figure senza arte né parte all’interno della società (e in certe zone del Texas e dell’Arkansas di quei tempi la situazione era grosso modo quella) e un manifesto con cui urlare a chiare lettere la propria indipendenza, dignità e voglia di vivere. Dove il gesto estremo finale non è una resa verso l’oblio e la rassegnazione (né tanto meno un incitamento al suicidio) ma un’ultima corsa verso una libertà che nessuno vi potrà mai sottrarre che un’atto di estrema perseveranza e ribellione necessaria che si protrae verso l'eternità. Solo loro contro il mondo e il fato avverso, tutti gli altri fuori. Ora e per sempre.


E quando quella Ford Thunderbird prende velocità e si getta nel grande vuoto è sempre una stretta al cuore, un boccone amaro da digerire, un nodo che sale alla gola e infine anche un involontario sorriso. Le immagini si dissolvono, brevemente ripercorriamo alcuni avvenimenti con fare nostalgico e infine giù il sipario.

VOTO: 8.5


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