top of page
Post: Blog2_Post

TITAN A.E. - (2000) di Don Bluth & Gary Goldman

L’ultimo blockbuster ad animazione ibrida di due giganti del settore


TRAMA: anno 3028, il genere umano ha raggiunto livelli tecnologici impensabili e la cima dell’iceberg è data dal progetto TITAN: un immenso incrociatore spaziale in grado d’immagazzinare e rilasciare così tanti quantitativi d’energia da poter generare un intero nuovo pianeta.

Peccato che la cosa spaventi i Drej, una potente quanto violenta razza aliena la cui forma di vita si basa sugli impulsi elettrici, che decidono così di annientare il Pianeta Terra (la cui detonazione disintegra persino la luna) ed impedire un qualsiasi impiego del TITAN.


16 anni dopo, l’umanità è in declino. Sono rimasti soltanto 80 milioni di terrestri sparsi per il cosmo, hanno venduto i loro progressi tecnologici ai migliori acquirenti, alcuni lavorano e vivono come operai in squallidi cantieri e stazioni aliene e altri tirano a campare come possono in baraccopoli orbitanti.


Il protagonista della Nostra storia è Cale Tucker, figlio disilluso dello scomparso ricercatore che contribuì alla creazione del TITAN, andato disperso con la distruzione del Pianeta. Un giorno viene avvicinato da un ex-collega del padre, Joseph Korso (ormai divenuto una sorta di capitano di ventura che erra per lo spazio con il proprio equipaggio in cerca dei migliori ingaggi) che gli rivela la sopravvivenza dell’invenzione del padre, attiva così l’anello che questi aveva lasciato che funge da mappa interstellare per ritrovare tale astronave, riattivarla e riportare la salvezza alla razza umana.

Inizialmente riluttante, accetta di unirsi a Korso e al suo team, peccato che i Drej siano perennemente in agguato, anch’essi alla ricerca del TITAN al fine di sbarazzarsene definitivamente. Le minacce e le insidie, come i doppi/tripli giochi, sono ad ogni angolo.


CRONACA DI UN’OPERA INGIUSTAMENTE TRASCURATA: quello di “Titan A.E.” era un soggetto che da un po di tempo era nell’aria. Inizialmente era stato pensato come un live-action, poi come un videogioco, poi nuovamente in un lungometraggio, alla fine passò per la 20th Century Fox e tra le mani di Don Bluth & Gary Goldman che, freschi del successo di “Anastasia”, decisero di farne un film che mescolasse l’animazione tradizionale con quella digitale che stava prendendo piede.


Ingaggiarono l’allora giovane Joss Whedon [ai tempi showrunner di “Buffy”, non ancora regista dei primi 2 film sugli “Avengers” di casa Marvel] che di Nerd culture e del mondo giovanile se ne intendeva (essendo anche ex-fumettista) e si stava facendo le ossa avendo lavorato agli script di “Pronti a Morire” di Sam Raimi, “Alien Resurrection” di Jeunet & Caro, di “Toy Story” della Pixar e “Atlantis” della Disney e il lavoro partì.


Purtroppo lo studio non credette abbastanza nell’operazione. Gli importava che uscisse ed incassasse: vi furono tagli del budget durante la produzione costringendo Bluth, Goldman e Whedon a stringere i contenuti della storia per rientrare nelle spese; la pubblicità, il marketing e il merchandising furono limitati ad uno se non 2 trailer e poco altro, senza far intendere granché del film (tranne che fosse un prodotto di Fantascienza); non seppero neanche a quale target rivolgerlo, lasciando intendere al pubblico generalista che fosse un prodotto per tutta la famiglia e le première passarono in sordina.


La natura stessa dell’operazione risultò ostica per il pubblico più mainstream e familiarista: i toni erano più dark, cinici, violenti e disillusi (con tanto di sangue versato ed arti spezzati); il messaggio salvifico veniva portato avanti con sofferenza e titubanze umanissime tra molte insidie per nulla banali o prevedibili; non vi erano buffi animaletti parlanti né canzoncine zuccherose; non c’erano elementi vagamente fiabeschi o favolistici; l’umorismo era ridotto ed aveva connotazioni più mature per un’audience di giovanissimi. Infine non tutti amarono questa via di mezzo tra lo stile tradizionale del 2D e quello più sofisticato del digitale (purtroppo anche i successivi “Il Pianeta del Tesoro” e “Atlantis” non la passarono liscia).


Gli incassi non furono quelli sperati e i riscontri critici furono misti (seppur nessuno l’avesse bocciato). Ciò purtroppo causò la chiusura del dipartimento animato nei quali il celebre duo operava. Non bastarono la buona nomea dei due o il ricordo di quanto di buono fecero in passato.


Eppure c’è davvero molto che merita di questa space-opera mancata.


Le ambientazioni erano varie e affascinanti tra: fantasie aerospaziali con navicelle d’ogni natura; pianeti rosso sangue con alberi all’idrogeno (occhio anche solo a sfiorarli); nebulose dove si aggirano ectoplasmi dalle forme volatili; ammassi d’incrociatori in disuso e stazioni orbitanti alla deriva e labirintici conglomerati ghiacciati dalle superfici riflettenti. Per finire con il design dei terribili Drej, composti di pura energia e che richiamavano sia a “Tron” quanto agli xenomorfi (peccato però che le loro figure non vengano ulteriormente approfondite).


Una vera festa per gli occhi come raramente la si è vista. Mentre il tratto grafico di Bluth era inconfondibile e la messa in scena sontuosa.


I personaggi poi erano davvero ganzi: dal protagonista Cale [in originale Matt Damon, da noi Francesco Bulckaen] reso cinico, sarcastico e disilluso dalla perdita del padre e dalla distruzione del proprio mondo; a Korso [Bill Pullman/Roberto Pedicini] reso ancora più cinico dall’egoismo e i propri tornaconto ma che verso la fine ritroverà un barlume di speranza; passando per la fascinosa ed efficentissima Akima Kunimoto [Drew Barrymore/Chiara Colizzi], apparentemente distaccata ma che invece è quella che più di tutti ha a cuore la salvezza del genere umano; vi sono poi Gune [John Leguizamo/Mino Caprio] il comic-relief ingegnoso e sapiente; Stith [da noi magnificamente resa da Alessandra “Xena” Cassioli] scontrosa ma di classe e l’ironico Preed [Olivero Dinelli in un ruolo tutt’altro che comico] che quando ci si mette è veramente un pessimo soggetto.


Per finire in bellezza con un comparto musicale da urlo: da una parte la soundtrack spaziale ed evocativa di Graeme Revell [The Crow, Strange Days, Riddick 1-3, Dal Tramonto all’Alba] e le canzoni dei Lit con l’ormai celebrerrima “Over my head”, i Jamiroquai, Powerman 5000, i Bliss 66, The Urge, Electrasy e “Higher” dei Creed.


Per lo meno, il tempo ha reso giustizia alla pellicola facendola diventare un cult per il pubblico young-adult, per i ragazzini con l’età giusta per apprezzarlo che crebbero con il ricordo. Inoltre lo stesso Whedon riutilizzò alcune cose per la serie “Firefly” e il lungometraggio “Serenity” (uno dei migliori sci-fi degli ultimi 20 anni).


Uno degli ultimi apici dell’animazione tradizionale, dove questa non era più un genere ma bensì uno strumento artistico con il quale veicolare qualsiasi tipo di storia o genere, per comunicare e meravigliare spettatori d’ogni età.

VOTO: 7/8


#DonBluth #Animazione #MattDamon #DrewBarrymore #BillPullman #SpaceOpera


8 visualizzazioni0 commenti
bottom of page