Tutte le Filosofie di MATRIX - Marx, Schopenhauer, Buddha, Eraclito, Kant, Platone.

Aggiornamento: 8 nov 2021



The Matrix è un film del 1999 diretto da Lana e Lilly Wachowski (all'epoca Larry e Andy, prima del cambio di sesso), ed interpretato, tra gli altri, da Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Laurence Fishburne, e Hugo Weaving.


Si tratta di una pellicola fantascientifica che proprio all’alba del nuovo millennio ha saputo coniugare alla perfezione gli elementi cybertecnologici, tipici dell’era moderna, con quella riflessione sulla percezione della realtà che ha caratterizzato invece tutte le più importanti teorie filosofiche della storia.


In questa pellicola vediamo che sociologia, fenomenologia e spiritualità si fondono insieme per dar vita alla rappresentazione letteraria della condizione umana nell’era post-moderna. Considerando quindi il fatto che il film nasconde al suo interno numerosi riferimenti filosofici quale modo migliore di analizzarlo se non attraverso le dottrine contenute nel film?



1) Georg Simmel: L’Uomo metropolitano.

Nella prima parte della pellicola facciamo la conoscenza di Thomas A. Anderson, un individuo freddo e di poche parole, intrappolato tra le maglie di una società che non lascia spazio allo sviluppo interiore del singolo individuo, tanto che il protagonista per esprimere la sua personalità repressa è costretto a creare un’identità virtuale necessariamente in conflitto con la società.

Questo perché nel film chi esprime la propria personalità, oltrepassando la prevedibilità delle convenzioni sociali e degli schemi relazionali, mette a repentaglio la quiete del sistema collettivo e diviene di fatto una anomalia.


In ciò ritroviamo esattamente quello che Simmel afferma riguardo all’uomo metropolitano. Infatti, secondo l’autore, nella grande città l’atteggiamento utilitaristico porta gli individui ad alienarsi, a perdere la loro interiorità e a vedere il mondo esterno come una minaccia. Le persone, divenute ormai semplici ingranaggi di una macchina complessa, diventano essi stessi automi, e reagiscono agli eccessivi stimoli sensoriali con il distacco dalla realtà relazionale. L’individuo finisce così per creare un arma di difesa rappresentata da un intelletto sovrastimolato, estremamente rigido e razionale, svuotato di spirito.

Inoltre secondo Simmel l’avvento delle macchine è una delle cause principali che hanno portato la società moderna ad assumere questo atteggiamento funzionalista che annulla lo spirito umano. Una strana coincidenza?

E a proposito di coincidenze, parlando di alienazione, macchine e sistemi collettivi non vi è venuto in mente nessun’altro?


2) Karl Marx: alienazione; lotta di classe.

Nel film vediamo che l’uomo crea le macchine, e come conseguenza di tale processo di produzione le macchine finiscono per prendere il sopravvento sull’uomo.

È evidente qui la metafora di un sistema collettivo che, nell’intento di rafforzare la sua efficienza ed i suoi meccanismi di autopreservazione, finisce per privare gli individui della loro stessa esistenza arrivando a relegare l’uomo in una condizione di inconsapevolezza. Emblematica a tal proposito l’immagine degli esseri umani dormienti che vivono una realtà ridotta ad una semplice stimolazione sensoriale.


Inoltre anche il riferimento alla lotta tra le classi si mostra come un elemento fondamentale per il confronto tra il film e il pensiero di Marx. Infatti la guerra tra esseri umani e macchine sembra inserirsi perfettamente all’interno di quel circolo vizioso descritto dall’autore secondo cui di volta in volta, nel corso della storia, il ceto dominante crea i presupposti per la nascita e lo sviluppo di quella nuova classe sociale (in questo caso le macchine) che infine avvierà la rivoluzione giungendo al rovesciamento del regime preesistente.

A questo punto è necessario un doveroso accenno alla dialettica servo-padrone.


3) Georg Wilhelm Friedrich Hegel: dialettica servo-padrone.

Le tesi di questo autore, riprese successivamente proprio da Marx, ci mostrano come lo scontro mortale tra due esseri autocoscienti, finalizzato a rendere schiavo l’altro, non assicura quel controllo sul mondo che il vincitore sperava di ottenere.

Ciò perché il dominante, una volta affermato il suo potere, finisce per aver bisogno del servo al fine di mantenere intatto il suo dominio. In questo modo egli stesso diventa schiavo della sua dipendenza dal servo.


In tutto ciò possiamo cogliere gli aspetti della lotta tra l’uomo e le macchine in Matrix. Infatti gli uomini creano le macchine e si servono di loro fino a diventarne totalmente dipendenti. Grazie a questa debolezza le macchine riescono poi a prendere il sopravvento rovesciando l’ordine precedentemente costituito. Infine le macchine, nuova classe dominante, diventano dipendenti dall’energia che l’uomo, ormai schiavo, fornisce loro. In questo senso il film rispetta la teoria del filosofo. Qualunque sia la classe dominante, essa finisce per diventare schiava del suo rapporto con i dominati.


A questo punto, dopo averci presentato la problematica dal punto di vista sociologico, il film si addentra nelle questioni puramente filosofiche. Se, come abbiamo visto con Simmel, il contrasto tra il singolo e la società porta necessariamente con sé anche il conflitto tra l’individuo e la sua realtà, occorre allora chiedersi cos’è la realtà, come si manifesta, e cosa possiamo conoscere di essa.

Tra i grandi pensatori occidentali che nel corso dei secoli si sono interrogati su questioni relative alla percezione della realtà il primo fu senza dubbio Eraclito



4) Eraclito: L’inganno dei sensi; svegli e dormienti.

Il filosofo greco, notando alcune anomalie nella nostra percezione, ci metteva in guardia sul fatto che i sensi ci ingannano e che essi rappresentano soltanto il tramite attraverso cui possiamo avvicinarci alla realtà.

Risulterà noto, a chi mastica un poco di filosofia, l’esempio del bastone immerso nell’acqua che alla vista sembra distorto e deformato. Segno evidente del fatto che gli occhi ci restituiscono una immagine della realtà condizionata dai più disparati fattori esterni. In sostanza non si ha mai, secondo Eraclito, un confronto diretto tra l’individuo e il mondo esterno proprio perché il contatto è mediato dai sensi.


Per comprendere meglio questo concetto immaginate i sensi come se fossero un radar e il cervello come il ricevitore che elabora i dati. I sensi agiscono come le onde radio: una volta che incontrano un oggetto esterno informano il ricevitore della sua presenza e i dati così raccolti forniscono indicazioni sulla grandezza, la posizione, le caratteristiche dell’oggetto, e così via. Ma in nessun caso il ricevitore può venire a contatto diretto con l’oggetto dato che l’unico modo per arrivare alla conoscenza è quello di interpretare i dati forniti dalle onde radio nel rispetto di tutti i parametri di questo schema.

Ovviamente però il radar può avere dei difetti, delle anomalie o dei limiti strutturali. Proprio così come i sensi, che ci forniscono appunto la conoscenza della realtà nel rispetto di determinati limiti.


Per fare un esempio è evidente che l’essere umano al buio non può vedere. Ma il fatto che non si può vedere al buio non è una verità assoluta, bensì un limite che riguarda i sensi dell’essere umano, in particolare la conformazione dei nostri occhi. Al contrario, alcuni animali possono vedere al buio, e anche alcune apparecchiature tecnologiche, come le telecamere a infrarossi possono consentire di vedere al buio. Pertanto non è vero in assoluto che al buio non si può vedere, ma è vero solo in relazione alla vista dell’uomo.


Quindi, tornando ad Eraclito, per ovviare al problema dei sensi, il filosofo afferma che solo la conoscenza dei essi, dei loro limiti e del loro inganno conferisce all’uomo saggio la possibilità di prendere consapevolezza di questo conflitto tra percezione e realtà esterna.

Tuttavia occorre notare anche che secondo Eraclito la maggioranza degli uomini sono superficiali poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Solo chi si sveglia dal suo sonno sa indagare a fondo la sua anima che, essendo illimitata, offre la possibilità di una ricerca infinita. Nulla da aggiungere sull’evidente corrispondenza di temi tra il film ed il pensiero del filosofo.


Ora possiamo fare un ulteriore passo avanti nel nostro percorso filosofico sulla realtà e le sue manifestazioni richiamando il concetto di noumeno.


5) Platone: noumeno.

Il primo pensatore a cui è necessario guardare per individuare l’origine di questo termine è Platone. Secondo l’autore il noumeno è ciò che può essere pensato dal puro intelletto indipendentemente dall’esperienza sensibile. Potremmo dire quindi una realtà non condizionata dai sensi ingannevoli perché riferibile non al mondo esterno ma ad un mondo interiore a cui si può arrivare tramite il ragionamento.

È però con Immanuel Kant che le cose si fanno interessanti: il filosofo tedesco riprende il concetto già espresso da Platone e lo modifica radicalmente ponendolo in contrapposizione con il fenomeno: secondo Kant il fenomeno è la manifestazione della realtà, mentre il noumeno è l’essenza pensabile ma non conoscibile della realtà in se.

Sintetizzando possiamo dire che il fenomeno è la realtà così come si manifesta ai nostri sensi, mentre il noumeno è il sostrato reale delle cose che però non può essere compreso tramite i sensi.


Da questa descrizione risulta evidente il confronto con la condizione in cui versa il nostro protagonista Neo, il quale sente che la realtà che sta vivendo è fittizia, ma in nessun modo può giungere alla verità se prima non trova dentro di se il coraggio per effettuare una scelta fondamentale: quella di mettere in dubbio la realtà come l’ha sempre conosciuta rinnegando quel mondo sensoriale che fino ad allora lo ha ingannato.

Una volta chiarito quindi che il protagonista stava vivendo in una stimolazione sensoriale fittizia non ci resta che esaminare questa teoria e domandarci se qualche pensatore ha parlato della realtà proprio in questi termini.


Vi sembrerà strano ma c’è un filosofo che nel diciottesimo secolo ha letteralmente gettato le basi per la sceneggiatura di Matrix. Secondo questo pensatore infatti la realtà come noi la conosciamo non esiste, dato che è soltanto un fascio di impressioni della mente, ovvero una serie di stimolazioni sensoriali che attraversano l’intelletto, e non c’è alcuna certezza riguardo a come si presenti il mondo al di fuori dei nostri sensi.


Il filosofo su cui più di tutti si fondano la teorie di Matrix è David Hume. Terzo della scuola dei filosofi empiristi inglesi dopo Locke e Berkley.


6) Filosofi Empiristi: La realtà come fascio di impressioni.

Questi filosofi rivoluzionarono il pensiero aristotelico secondo cui la sostanza è tale perché arricchita da molteplici elementi accessori che la caratterizzano, come ad esempio la forma, il colore il sapore ecc.



Essi affermavano infatti che le caratteristiche dell’oggetto, prendiamo ad esempio la mela, non appartengono ad essa ma sono determinate dal soggetto che le percepisce.

In sostanza la mela non è verde in assoluto ma è verde perché i nostri occhi in relazione alla specifica luce che c’è in quel momento, la percepiscono come verde. Si pensi al fatto che se noi guardassimo una mela verde sotto la luce di un faretto rosso la vedremmo rossa. O al fatto che alcuni animali la vedono priva di colore perché vedono in bianco e nero.

Stesso discorso per il sapore. Il sapore della mela non risiede nel frutto ma nelle papille gustative dell’essere umano che la assaggia.


E così via, il discorso viene ad affermarsi per ogni oggetto fino a ricomprendere l’intera realtà. Secondo i filosofi Empiristi inglesi quindi ogni elemento della realtà è solamente un’immagine mentale, un insieme di sensazioni, che nulla ha a che vedere con ciò che veramente esiste al di fuori della sfera sensoriale.


È evidente che così facendo questi pensatori finiscono per mettere in dubbio qualunque cosa, compresa l’esistenza dell’altro. Anche qui torniamo alla teoria del radar, ma questa volta in un modo più estremo dato che non solo il radar ci dà una conoscenza limitata, ma potrebbe addirittura secondo Hume, fornirci dei dati che non sono stati in nessun modo stimolati dalla realtà esterna.


Ed è proprio questa la teoria sposata dal film poiché in Matrix l’esistenza che gli individui credono di vivere in realtà non è semplicemente distorta, bensì è totalmente fittizia e priva di basi. Insomma solamente un fascio di impressioni della mente.


Quindi, alla luce di ciò, ritornando alla scelta del protagonista, ci rendiamo conto che Neo, non potendo fidarsi minimamente dei sensi, non solo deve riconoscere che essi lo ingannano, ma deve anche scegliere di abbandonarli completamente per avviare un percorso interiore che gli consenta di cercare la verità non più nella realtà esterna, ma nell’unica cosa di cui può essere certo: il suo mondo interiore, le sue sensazioni più profonde, la sua volontà, la sua determinazione, in definitiva la sua anima.


A questo punto, chiuso il complicato capitolo relativo alla percezione della realtà possiamo provare ad attraversare i meandri della spiritualità.

Il punto di contatto è rappresentato senza dubbio dal pensiero filosofico di Arthur Schopenhauer.


7) Schopenhauer: Il velo di Maya.

Proprio questo pensatore infatti ci da lo spunto per passare dalle filosofie occidentali, più cervellotiche e incentrate su sistemi complessi, alle filosofie orientali imperniate invece sulla ricerca spirituale.


Nella sua opera “il mondo come volontà e rappresentazione” Schopenhauer, parlando della realtà come un illusione, fa riferimento al velo di Maya, riprendendo questo concetto dai Veda, i testi sacri della più antica religione dell’india risalenti all’incirca a 4 mila anni fa.

Secondo questa tradizione filosofica il velo di Maya è ciò che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista.


È evidente il riferimento del film a questa filosofia. La cosa sorprendente sta nel fatto che in questi antichi testi sacri si era già affrontato il tema della percezione della realtà e dell’inganno dei sensi ben prima di Eraclito, Platone, Kant, Hume e Schopenhauer, ed è interessante notare come culture diverse e lontane tra loro abbiano elaborato lo stesso concetto: segno evidente che non può non esserci una verità fondamentale e immutabile dietro tutto ciò.


Giungendo ora alla conclusione possiamo cercare di riallacciare i fili delle diverse filosofie presentate facendo riferimento all’ultimo dei filosofi presenti in Matrix. Stiamo parlando di Siddarta Gautama, meglio noto come il Buddha.


8) Buddha: meditazione e concentrazione.

Riprendendo proprio i veda e le dottrine tradizionali, Buddha, nei suoi quattro pilastri della saggezza, tramandati oralmente, predicava la concentrazione in ogni singolo gesto e la consapevolezza di sè in ogni singola azione, decisione o riflessione. I pensieri, le preoccupazioni, i ricordi e tutti i prodotti dell’intelletto non sono altro che un ostacolo. Un tentativo della mente razionale e piena di paure, di ingabbiare lo spirito, costantemente proteso verso la libertà.


Il parallelismo con il film ben si coglie nella scena in cui Morpheus, suggerendo a Neo di liberarsi da paure e preoccupazioni, gli dice “sgombra la tua mente”.

Secondo Budda solamente l’ascolto delle emozioni e delle più impercettibili sensazioni interiori può far si che l’uomo giunga alla meditazione, alla comprensione della sua realtà profonda, e alla scoperta della sua vera divina essenza.

Solo rivolgendosi alla sua interiorità l’individuo può risvegliarsi, raggiungere l’illuminazione e scoprirsi definitivamente libero da ogni vincolo terreno.


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