VOLERE VOLARE (1991) – Una piccola favola italiana



Volere Volare è un film del 1991, diretto da Guido Manuli e Maurizio Nichetti, plurinominato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento e vincitore del David di Donatello per la migliore sceneggiatura.


Maurizio (interpretato proprio da Maurizio Nichetti, n.d.a.) è un esperto di suoni e lavora insieme al fratello Patrizio (il simpaticissimo Patrizio Roversi, n.d.a.) nel loro studio di doppiaggio. Mentre quest’ultimo si occupa del doppiaggio di film pecorecci, Maurizio si cimenta solo con vecchi cartoni animati.


Un giorno conosce Martina (Angela Finocchiaro, candidata al David di Donatello come miglior attrice protagonista per questa interpretazione, n.d.a.) che si definisce un’assistente sociale. In realtà la ragazza è una escort molto particolare, chiamata a soddisfare le richieste folli e a dir poco stravaganti dei clienti. Una serie di eventi portano a far sì che Maurizio venga coinvolto nelle paradossali situazioni che caratterizzano il lavoro di Martina.


Quando quest’ultima rischia di perdere la clientela, decide di chiedere a Maurizio di lavorare insieme a lei. Tuttavia, Maurizio inizia a poco a poco a trasformarsi in un cartone animato.


Volere volare è piccolo unicum nella cinematografia italiana: non ricordo, infatti, altro film nostrano che si sia avvalso della tecnica mista, che prevede la coesistenza tra personaggi in carne ed ossa e cartoni animati. Il paragone con Chi ha incastrato Roger Rabbit? di Zemeckis è inevitabile, ma c’è da dire che Maurizio Nichetti aveva questo progetto nel cassetto da prima dell’uscita nelle sale del successo americano (distribuito nel 1988) e gli ci sono voluti circa cinque anni per realizzarlo.


La storia è senza dubbio stravagante ed ha trovate che restano impresse nella memoria. Memorabili sono, innanzitutto, i vari personaggi di contorno: i due architetti gemelli baffuti che si presentano a casa di Martina per vederla nuda e vestirsi al mattino, il professore anziano con la voce da bambino che si fa accarezzare e portare a letto il latte caldo nel biberon, l’impiegato (interpretato da Renato Scarpa, n.d.a.) che fa sedere Martina su una fotocopiatrice per avere le sue mutande su carta, il cuoco che cosparge Martina di cioccolata fondente, la coppia di coniugi che simulano la propria morte, il rapinatore che ama essere insultato, il tassista sadico e infine Loredana l’amica di Martina, una civettuola in cerca dell’uomo ricco che possa mantenerla, permettendole di lasciare felicemente il lavoro.


Piccole finezze ben riuscite e divertenti sono poi le “perversioni” dei clienti di Martina con tanto di contorno di musica classica, l'esprimersi di Maurizio quasi sempre tramite i rumori che ha registrato, il proiettore cinematografico usato per arrostire le bistecche ed affettare il salame, il doppiaggio del film osé in costume settecentesco con gli effetti sonori da cartoni animati, le mani da cartoon che hanno vita propria, la corsa di Maurizio bendato come una sorta di novello Uomo invisibile/Darkman e gli animaletti-cartoni animati proiettati sulla giacca di Maurizio che gli entrano nel taschino.


A fare da perfetto scenario alle vicende è una Milano notturna e malinconica, ma che, allo stesso tempo, sembra cullare i due protagonisti del film.


Maurizio è un rumorista, specializzato nel sonorizzare vecchi disegni animati, che nei momenti liberi va in giro per la città a registrare rumori, da usare poi nello studio di registrazione, diviso col fratello Patrizio, tanto estroverso quanto lui è timido e complessato.


Maurizio lavora con i cartoni animati perché con loro ha una sorta di magica affinità al punto che quando, inaspettatamente, si innamora di Martina, diventa lui stesso a poco a poco uno di loro. La ragazza, dopo l’iniziale e comprensibile smarrimento, accetta di buon grado la situazione, in maniera tanto inaspettata quanto naturale.


Quello che si fatica a comprendere è la reale motivazione della trasformazione del protagonista, dovuta molto probabilmente a quell’affinità cui facevo riferimento poc’anzi: Maurizio è uomo molto timido e riservato, un uomo solitario legato ad un mondo di purezza e leggerezza, ad una sorta di recondita fanciullezza di cui i cartoni animanti sono efficace ed accogliente espressione.


La parte del film in cui Maurizio gradualmente completa il suo cambiamento sembra tuttavia più simile ad un film grottesco (giocano qui molto bene il loro ruolo le musiche dell’esperto Manuel De Sica, n.d.a.) che ad una commedia ed il finale può risultare leggermente strano e disturbante. L'accettazione da parte di Martina della nuova “condizione” di Maurizio è senz’altro giustificata dal fatto che la ragazza è avvezza per mestiere ad ogni tipo di stranezza, ma sono gli spettatori ad essere chiamati ad accogliere più o meno di buon grado questa conclusione.


La mia personale lettura del finale è scevra da qualsivoglia senso di inquietudine.

I protagonisti riescono in maniera spontanea ad unire i loro due mondi surreali e trovare una perfetta sintonia. Una sintonia che sfocia in un amore che va oltre le stranezze del mondo circostante e che ne travalica quelli che ne dovrebbero essere i limiti più stringenti. Del resto, come dice la stessa Martina nel corso del film “L’amore è cieco, ma non è scemo”, e quando lo si trova sarebbe veramente da stupidi lasciarlo andare via.


Maurizio e Martina sono, alla fine, vere e proprie anime gemelle, frutto del contesto strampalato in cui vivono e dal quale tuttavia non hanno lasciato corrompere il loro animo innocente: naturale perciò risulta il loro innamoramento e la “stravagante” passione che ne segue.


Amor vincit omnia scriveva Virgilio nelle sue Bucoliche e, dopo tutto e nonostante tutto, forse non aveva tutti i torti.

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